
Ci sono parole che usiamo tutti i giorni con una certa leggerezza, come se fossero intercambiabili. Per esempio, diciamo “ho un desiderio”, “ho un’aspettativa”, “ho un obiettivo”, e spesso ci sembra di parlare più o meno della stessa cosa. In realtà descrivono tre movimenti interiori molto diversi.
Il desiderio apre uno spazio.
L’aspettativa lo riempie di pretese.
L’obiettivo prova a costruire un ponte tra ciò che sento dentro e ciò che posso realizzare fuori.
E già qui, se siamo onesti con noi stessi, comincia il problema. Perché nella vita non soffriamo solo per ciò che non accade. Spesso soffriamo perché abbiamo deciso, magari senza accorgercene, come avrebbe dovuto accadere.
Il desiderio: una mancanza che guarda verso l’alto
La parola “desiderio” porta con sé qualcosa di affascinante. Treccani la fa risalire al latino desiderium, da desiderare, con il significato proprio di “sentire la mancanza di” qualcosa.
C’è poi un’interpretazione molto suggestiva, spesso citata, che collega desiderare a de-sidere, cioè alle stelle. Più che dire in modo semplicistico che “desiderio significa dalle stelle”, forse possiamo dire qualcosa di più sottile: desiderare ha a che fare con una mancanza, con un orientamento, con uno sguardo che cerca un segno.
Personalmente, mi piace molto questa immagine.
Il desiderio vero spesso disturba. Ci costringe a uscire dal già noto, dal già organizzato, dal “va bene così”. È una piccola crepa nell’abitudine. E forse proprio per questo è così prezioso: quando è autentico, non mi rende felice solo se si realizza. Mi rende vivo già mentre lo ascolto.
L’aspettativa: quando lo sguardo si sposta fuori
Diversa è l’aspettativa.
“Aspettare” deriva dal latino exspectare: attendere, guardare verso qualcosa che deve arrivare. Anche “aspettativa” rimanda a questo movimento: ex, fuori, e spectare, guardare.
E qui la differenza con il desiderio diventa interessante.
Nel desiderio io sento qualcosa che nasce dentro.
Nell’aspettativa io attendo qualcosa che dovrebbe arrivare da fuori.
Il desiderio dice: “questa cosa mi chiama”.
L’aspettativa dice: “questa cosa deve accadere”.
E appena compare quel “deve”, cambia tutto.
Perché l’aspettativa trasforma la vita in un contratto non firmato dall’altra parte. Io preparo dentro di me una scena, assegno i ruoli, scrivo i dialoghi, decido persino il finale. Poi arriva la realtà, che notoriamente non legge mai i copioni. E io ci resto male.
Ci resto male perché quella persona non mi ha risposto come volevo.
Perché quell’occasione non si è aperta.
Perché quel progetto non ha dato i risultati previsti.
Il punto non è demonizzare le aspettative. Sarebbe impossibile vivere senza nessuna forma di attesa. Anche quando seminiamo un orto abbiamo l’aspettativa che qualcosa cresca, altrimenti tanto vale buttare i semi nel cassetto e chiamarla agricoltura interiore.
Il problema nasce quando l’aspettativa si traveste da diritto assoluto.
La trappola sottile: trasformare i desideri in pretese
Credo che molti dolori nascano proprio qui: nel momento in cui un desiderio, che era vivo, aperto, luminoso, viene trasformato in aspettativa.
All’inizio sento un desiderio: amare ed essere amato, cambiare lavoro, scrivere un libro, guadagnare una certa somma di denaro, vivere più vicino alla natura, guarire, ripartire.
Poi però interviene la mente, che comincia a misurare, calcolare, prevedere, pretendere.
Il desiderio di amare diventa: “quella persona deve comportarsi così”.
Il desiderio di creare diventa: “questo progetto deve avere successo”.
Il desiderio di libertà diventa: “entro quella data devo avere quella vita”.
Il desiderio di crescita spirituale diventa: “devo essere sempre centrato, luminoso, presente, magari anche fotogenico durante la meditazione”.
E così, senza accorgercene, perdiamo il contatto con la sorgente. Non siamo più in ascolto del desiderio e in connessione con la Vita. Siamo in trattativa con il Mondo (vedi articolo su Vita e Mondo).
A quel punto la felicità non nasce più da ciò che sto vivendo, ma da ciò che dovrebbe arrivare. E questo è un passaggio molto pericoloso, perché consegna il mio stato interiore a qualcosa che non controllo.
Se arriva, sto bene.
Se non arriva, crollo.
Se arriva diversamente da come avevo immaginato, mi arrabbio pure. Perché l’universo, evidentemente, non ha seguito le mie indicazioni.
E gli obiettivi? Ponte o gabbia?
A questo punto entra in scena l’obiettivo.
La parola “obiettivo” deriva da obiectum: qualcosa che viene posto davanti, qualcosa verso cui lo sguardo e l’azione si dirigono.
L’obiettivo, in sé, non è il nemico del desiderio. Anzi, può esserne il migliore alleato.
Un desiderio senza nessuna forma di obiettivo rischia di restare una bella nuvola. Ispirante, poetica, magari anche molto spirituale, ma pur sempre nuvola. L’obiettivo prova a fare una cosa concreta: prende qualcosa che sento dentro e lo porta nella materia.
Voglio scrivere? Mi do un tempo per farlo.
Voglio camminare di più? Scelgo un percorso.
Voglio cambiare vita? Comincio da una decisione reale e compio delle azioni.
Voglio costruire un progetto? Lo trasformo in azioni, passaggi, verifiche.
Il punto, però, è un altro.
L’obiettivo serve il desiderio o lo sostituisce?
Questa domanda per me è centrale.
Perché l’obiettivo può essere un ponte, ma può diventare anche una gabbia. È un ponte quando mi aiuta a camminare verso ciò che sento vero. Diventa una gabbia quando comincia a misurare il mio valore.
Nel primo caso mi orienta.
Nel secondo mi giudica.
Nel primo caso mi aiuta a incarnare un desiderio.
Nel secondo trasforma quel desiderio in ansia da prestazione.
E forse qui si vede la differenza tra una vita guidata dall’anima e una vita guidata solo dal risultato.
Il desiderio ha bisogno di libertà, l’obiettivo di umiltà
Un obiettivo sano dovrebbe avere due qualità (e non mi riferisco al metodo SMART* per definirlo): direzione e leggerezza.
Direzione, perché senza rischiamo di restare immobili. Leggerezza, perché la vita non è un foglio Excel. E lo dico da persona che con i numeri ci ha passato una parte importante dell’esistenza: utilissimi, per carità, ma raramente capaci di abbracciare il mistero.
Un obiettivo sano non dovrebbe dire: “sarò felice solo se arriverò lì”.
Dovrebbe dire: “cammino in quella direzione perché sento che quel cammino mi rende più vivo, più vero”.
Questa distinzione cambia tutto. Un obiettivo che nasce da autonomia interiore nutre; un obiettivo costruito solo su pressione esterna, approvazione, status o paura di fallire può invece svuotarci, anche quando lo raggiungiamo.
E quante volte accade?
Raggiungiamo qualcosa che volevamo, almeno così pensavamo, e dopo poco ci sentiamo già vuoti. Allora alziamo l’asticella. Poi ancora. Poi ancora. E finiamo a vivere inseguendo risultati che non rispondono più a un desiderio, ma a un bisogno di conferma.
Conclusione: tornare a guardare le stelle, con i piedi per terra
Il desiderio, nella sua forma più pulita, è una chiamata. Non sempre viene dall’alto in senso letterale, ma certamente ci invita ad alzare lo sguardo.
L’aspettativa, invece, spesso abbassa lo sguardo sul mondo e gli dice: “adesso dammi ciò che mi serve per stare bene ed essere felice”.
E l’obiettivo?
L’obiettivo dovrebbe essere il gesto maturo con cui provo a onorare un desiderio. Non il modo con cui lo imprigiono. Non la pretesa con cui costringo la vita a obbedirmi. Non l’ennesimo tribunale in cui giudicare se valgo abbastanza.
Forse vivere meglio significa proprio imparare questa arte sottile: custodire i desideri come stelle interiori, trasformarli in passi concreti, ma senza dimenticare che il cammino vale quanto la meta.
Perché se un desiderio è vero, non illumina solo il giorno in cui si realizza. Illumina anche la strada mentre ci stiamo andando incontro.
Definire un obiettivo efficace richiede precisione e struttura. Il metodo più utilizzato è l’acronimo SMART, che deve essere:
Tempificato (Time-bound): Ha una scadenza definita, con tappe intermedie per evitare che il progetto si dilunghi.
Specifico (Specific): Definisce in modo chiaro e dettagliato cosa vuoi raggiungere, senza ambiguità.
Misurabile (Measurable): Prevede metriche o numeri precisi per monitorare i progressi e sapere esattamente quando è stato raggiunto.
Raggiungibile (Achievable): Rappresenta una sfida ma rimane a portata di mano, considerando le risorse e le competenze attuali.
Rilevante (Relevant): È in linea con i tuoi valori, priorità o strategia complessiva e ha un impatto concreto.
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Spieghi molto bene il significato e la relazione di queste tre parole. Interessante!!