
Una riflessione sulla vita, sulla morte e sull’arte di essere davvero presenti.
Quando arriva la morte
Mary Oliver (1935–2019), dalla raccolta New and Selected Poems, Volume One (1992).
Traduzione italiana con miei leggeri adattamenti dal testo condiviso.
Quando la morte verrà come l’orso affamato in autunno.
Quando la morte verrà, tirerà fuori dal borsellino tutte le monete luccicanti per comprarmi,
e lo richiuderà in fretta.
Quando la morte verrà come un’epidemia.
Quando la morte verrà, come un iceberg fra le scapole,
a raffreddarmi il cuore.
Io voglio affacciarmi alla morte piena di curiosità, domandandomi:
come sarà mai quel luogo d’oscurità?
E perciò guardo ogni cosa come a una fratellanza e a una sorellanza.
E osservo il tempo come se non fosse nient’altro che un’idea,
e considero l’eternità un’ulteriore possibilità.
E penso a ogni vita come a un fiore,
comune come una margherita dei campi e altrettanto singolare.
E a ogni nome come a una gradevole melodia sulle labbra,
che tende, perché tutta la musica lo fa, verso il silenzio.
E a ogni corpo come a un leone fatto di coraggio,
qualcosa di prezioso per la terra.
Quando sarà finita, voglio dire:
per tutta la vita sono stata una sposa maritata alla meraviglia.
Sono stata lo sposo che stringeva il mondo fra le braccia
Quando sarà finita, non voglio chiedermi se ho fatto della mia vita qualcosa di speciale e autentico.
Quando sarà finita, non voglio trovarmi a sospirare spaventata o piena di recriminazioni.
Non voglio arrivare alla fine avendo semplicemente visitato questo mondo.
Vivere o semplicemente attraversare la vita?
Ho incontrato questi versi di Mary Oliver guardando il finale della serie televisiva Ted Lasso. Parole semplici ma potenti, capaci di fermarmi e invitarmi a riflettere.
È curioso come una poesia che parla continuamente della morte possa essere, in realtà, uno straordinario inno alla vita.
Mary Oliver non cerca di rassicurarci sulla morte, né pretende di sapere cosa ci attenda oltre quella soglia. La osserva con curiosità, quasi con la meraviglia di un bambino che sta per aprire una porta sconosciuta.
Mi colpisce soprattutto il modo in cui descrive il tempo come un’idea e l’eternità come una possibilità.
È un atteggiamento che sento vicino alla ricerca spirituale: riconoscere che ciò che conosciamo è soltanto una parte di ciò che potrebbe esistere. Restare aperti al mistero, senza pretendere di possederne le risposte.
Ma il vero messaggio della poesia, almeno per come lo interpreto io, non riguarda ciò che accadrà dopo la morte.
Riguarda ciò che facciamo prima, mentre viviamo… o pensiamo di vivere.
Il rischio di essere soltanto visitatori
Credo che esista una differenza profonda tra vivere molte esperienze e fare realmente esperienza della vita.
Possiamo viaggiare, conoscere persone, raggiungere obiettivi, accumulare successi, attraversare luoghi meravigliosi. E tuttavia rimanere, in qualche modo, soltanto spettatori.
Sempre proiettati verso qualcosa che deve ancora arrivare, verso un nuovo traguardo, un’altra esperienza, un futuro che immaginiamo migliore del presente.
E intanto la vita accade.
Accade mentre programmiamo, desideriamo, rincorriamo, ricordiamo.
Quante volte osserviamo un tramonto senza vederlo davvero?
Quante volte ascoltiamo qualcuno mentre la nostra mente è già altrove?
Quante volte siamo fisicamente presenti, ma interiormente assenti?
Forse è proprio questo il rischio che Mary Oliver ci invita a riconoscere:
attraversare la Vita senza lasciarci veramente toccare dalla sua bellezza.
La straordinarietà delle cose ordinarie
Tra le immagini della poesia ce n’è una che trovo particolarmente bella: ogni vita paragonata a una margherita.
Un fiore comune, uno dei tanti che incontriamo camminando in un prato. Eppure unico, irripetibile.
Non occorre essere straordinari agli occhi del mondo per vivere una vita straordinaria.
Forse abbiamo confuso troppo spesso il valore della nostra esistenza con ciò che riusciamo a ottenere, possedere o dimostrare.
Ma c’è una forma di ricchezza che non dipende da nulla di tutto questo.
È la capacità di meravigliarsi.
Di riconoscere la bellezza nelle cose semplici. Di entrare in relazione autentica con gli altri, con la natura, con noi stessi.
È quella qualità di presenza che possiamo coltivare attraverso la meditazione, la contemplazione, il silenzio. Ma che possiamo ritrovare anche camminando in montagna, osservando il mare o semplicemente fermandoci ad ascoltare.
Non serve necessariamente aggiungere qualcosa alla nostra vita.
A volte occorre soltanto imparare a esserci con tutto il nostro essere.
Quando arriverà il momento
Non sappiamo quando arriverà la morte, né quale esperienza, se ce ne sarà una, ci attenda oltre.
Ma possiamo scegliere come vivere il tempo che abbiamo.
E forse la consapevolezza della nostra finitezza non dovrebbe renderci più timorosi, bensì più attenti.
Più capaci di amare, di perdonare, di stupirci. Meno ossessionati da ciò che manca e più consapevoli di ciò che già esiste.
Non credo che vivere pienamente significhi vivere senza rimpianti, senza errori o senza paure. Sarebbe un ideale irrealistico, forse persino disumano.
Credo significhi piuttosto partecipare alla propria esistenza, anche nelle sue imperfezioni, senza continuare a rimandare il momento di viverla appieno.
Alla fine, forse, la domanda più importante non sarà quanto abbiamo fatto, quanto abbiamo guadagnato o quanti luoghi abbiamo visitato.
Sarà quanto profondamente abbiamo vissuto.
Quanto siamo stati presenti.
Quanto abbiamo saputo amare e lasciarci meravigliare.
Perché il mondo non è soltanto un luogo da visitare. È un’esperienza da vivere, un mistero da esplorare, una bellezza da abbracciare.
E sarebbe un peccato arrivare alla fine del viaggio accorgendoci di essere stati soltanto turisti della nostra stessa esistenza.
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Poesia piena di significati, ma è solo con le tue considerazioni che mi hai fatto comprendere, capire e interpretare bene le parole dell’autrice. Grazie.