
Cosa accade quando il corpo ci tradisce?
È una frase che utilizziamo spesso. La pronunciamo quando una malattia ci colpisce all’improvviso, quando un infortunio interrompe i nostri progetti, quando un dolore compare senza essere stato invitato, quando un esame medico ci restituisce una risposta che non volevamo sentire.
«Il mio corpo mi ha tradito.»
Eppure, se ci fermiamo un istante a riflettere, ci rendiamo conto che il corpo non ci ha traditi affatto. Sta semplicemente facendo ciò che ogni corpo vivente fa: nascere, crescere, adattarsi, consumarsi, ammalarsi, guarire quando può e, prima o poi, invecchiare.
Il tradimento non appartiene al corpo.
Appartiene all’immagine che avevamo costruito di noi stessi.
Perché il corpo diventa improvvisamente visibile proprio nel momento in cui smette di fare ciò che davamo per scontato.
Quando stiamo bene non ci alziamo al mattino ringraziando perché possiamo camminare.
Non celebriamo il fatto che le nostre ginocchia funzionino.
Non ci stupiamo di riuscire a respirare senza dolore.
Non dedichiamo particolari pensieri al fatto che il cuore continui a battere, che gli occhi vedano, che le mani possano afferrare un oggetto.
Tutto questo diventa invisibile.
Fa parte dello sfondo.
Poi arriva qualcosa.
Un raffreddore il giorno di un evento che aspettavamo da mesi.
Un mal di schiena che ci impedisce di fare sport.
Un problema articolare che ci costringe a fermarci.
Un intervento chirurgico.
Una malattia importante.
E improvvisamente ci accorgiamo di tutto ciò che avevamo.
Paradossalmente, la perdita diventa una lente che ci permette di vedere ciò che il possesso aveva nascosto.
È una dinamica che riguarda tutti gli aspetti della vita, ma con il corpo assume una forza particolare.
Perché il corpo è il nostro strumento di esperienza.
Attraverso il corpo camminiamo, amiamo, lavoriamo, abbracciamo, viaggiamo, esploriamo montagne, ascoltiamo musica, assaporiamo un pasto, osserviamo un tramonto.
Ogni esperienza che viviamo passa attraverso di lui.
Quando una sua funzione viene limitata, anche la nostra libertà percepita si riduce. E allora emergono domande che normalmente restano nascoste.
Chi sono io senza questa capacità?
Chi sono io se non posso più fare ciò che facevo?
Chi sono io se il mio corpo cambia?
Domande scomode, ma preziose.
Perché ci costringono a guardare qualcosa che normalmente ignoriamo.
La nostra tendenza a identificarci con le nostre possibilità.
Pensiamo di essere autonomi finché siamo autonomi.
Pensiamo di essere forti finché siamo forti.
Pensiamo di essere sani finché siamo sani.
Ma la vita, prima o poi, ci mostra che ogni capacità è temporanea.
Non per punirci.
Semplicemente perché tutto ciò che è vivo è in trasformazione.
La vera domanda allora non è come evitare il limite.
La vera domanda è se sia possibile sviluppare una consapevolezza che non abbia bisogno della perdita per accorgersi del valore di ciò che possiede.
Possiamo renderci conto di quanto sia straordinario camminare prima di essere costretti a stare fermi?
Possiamo apprezzare il respiro prima che diventi difficile?
Possiamo riconoscere la libertà che abbiamo oggi senza attendere il giorno in cui non l’avremo più?
Credo che questa sia una delle pratiche più profonde che possiamo coltivare.
Non una gratitudine forzata.
Non il tentativo di convincerci che vada tutto bene.
Piuttosto una presenza più attenta.
Un modo diverso di abitare il momento presente.
Mentre camminiamo.
Mentre respiriamo.
Mentre mangiamo.
Mentre utilizziamo il nostro corpo per fare cose assolutamente normali.
Perché spesso ciò che definiamo normale è in realtà straordinario.
Solo che lo vediamo troppo poco e troppo raramente.
Forse è proprio qui che il cosiddetto tradimento del corpo si trasforma in un insegnamento.
Il limite interrompe il pilota automatico.
Ci obbliga a rallentare.
Ci costringe a osservare.
E ci mostra ciò che era sempre stato davanti ai nostri occhi.
C’è poi un’altra riflessione che emerge da tutto questo.
Spesso diciamo: «Questo è il mio corpo.»
Ma cosa significa davvero?
Se il corpo è mio, chi sarebbe il proprietario?
La mente?
L’ego?
Una qualche entità separata che lo abita?
Oppure siamo proprio questo corpo vivente che respira, sente, soffre e gioisce?
Non ho una risposta definitiva.
Ma ogni volta che osservo il funzionamento del mio corpo, mi sembra sempre più difficile considerarlo un semplice “oggetto che possiedo”.
Forse il corpo non è qualcosa che abbiamo.
Forse il corpo è una parte essenziale di ciò che siamo.
Non un veicolo temporaneo da utilizzare distrattamente.
Non una semplice macchina biologica che deve obbedire ai nostri desideri.
Ma un compagno di viaggio che ci accompagna dal primo all’ultimo giorno.
Con i suoi limiti.
Con le sue fragilità. Con la sua straordinaria capacità di permetterci di vivere.
Forse allora il vero invito non è aspettare che qualcosa venga meno per comprenderne il valore.
Forse il vero invito è imparare a vedere.
Adesso.
Mentre il corpo continua silenziosamente a fare per noi migliaia di cose che non notiamo.
E che un giorno potremmo rimpiangere.
Perché la consapevolezza nasce spesso dalla perdita.
Ma la saggezza consiste nel riuscire a coltivarla prima.
La domanda «Chi sono io?» attraversa da sempre la ricerca umana. È la stessa domanda che accompagna il protagonista del mio romanzo Luce nel bianco, durante un intenso confronto con sé stesso e con quattro misteriosi compagni di viaggio incontrati in un rifugio di montagna.
Se questo articolo ti ha fatto riflettere, forse troverai qualcosa di te anche tra le pagine del libro.
Scopri Luce nel bianco e il viaggio che propone.