Fermarsi prima che sia la vita a fermarci

«Cosa accade quando ci fermiamo? Quando la vita ci costringe a rallentare, ad ascoltare, a ritrovare noi stessi?»

Queste due domande compaiono sulla quarta di copertina del mio libro “Luce nel bianco”. Negli ultimi giorni, durante un ritiro di yoga organizzato da Natalia sul Lago di Garda, ho avuto l’occasione di viverle in modo concreto e profondo.

La differenza è che questa volta non è stata la vita a costringermi a rallentare, come spesso accade a ciascuno di noi. Purtroppo a volte lo facciamo perché “si deve”, perché il corpo ci ferma con qualche disturbo o malattia. E spesso, anche nelle vacanze che aspettiamo tutto l’anno come fosse l’obiettivo supremo, non riusciamo a fermarci né a rallentare: la mente continua a correre e, tramite lei, portiamo in giro il nostro corpo per “non perderci nulla” del luogo dove siamo arrivati. Oppure, sostituiamo il rallentare consapevole, che porta a rilassamento e rigenerazione, con pausa da sfinimento, cioè poltriamo perché semplicemente non ce la facciamo più.

In questa occasione, ancora prima che iniziasse il ritiro di yoga, io ho scelto di fare pausa.

In una società che ci spinge continuamente verso il prossimo obiettivo, il prossimo impegno, la prossima meta, fermarsi sembra quasi una perdita di tempo. Eppure, proprio in quella pausa, può aprirsi uno spazio prezioso.

Un’antica saggezza lo aveva compreso molto prima di noi. Nella tradizione biblica, ancora prima dei Dieci Comandamenti, compare il principio dello Shabbat: il tempo del riposo, dell’interruzione, della sospensione delle attività abituali. Un invito a ricordare che la vita non è fatta soltanto di produzione, risultati e movimento.

Durante questi giorni ho percepito qualcosa che spesso dimentico.

Molto del nostro correre non nasce da una reale necessità. È un movimento che alimentiamo continuamente dentro di noi, una sorta di spirale che si autoalimenta. Muoviamo il corpo, riempiamo la mente, programmiamo nuove attività, inseguiamo nuovi traguardi. A volte lo facciamo perché crediamo che essere sempre occupati significhi essere vivi.

Ma la vita non si manifesta soltanto nell’azione.

Può essere percepita anche nella quiete.

Quando il corpo si rilassa profondamente e la mente smette, almeno per qualche istante, di rincorrere il futuro, emerge una presenza diversa. Più semplice. Più silenziosa. Più autentica.

E forse è proprio lì che possiamo ritrovare qualcosa che, nella fretta quotidiana, rischiamo di sfuggire: noi stessi.

Non serve aspettare una malattia, una crisi, una perdita o un evento traumatico per concedersi una pausa.

Possiamo scegliere di fermarci prima.

A volte basta una giornata. Una camminata senza meta. Un momento di silenzio. Una pratica di yoga. Un tramonto osservato senza fretta di pensare a dove fare l’aperitivo o la cena appena il tramonto finisce.

Perché rallentare non significa rinunciare alla vita.

Significa proprio il contrario: tornare ad abitarla e vivere appieno. Anche questo l’ho capito, sperimentato e sentito grazie allo Yoga.


Se vuoi capire che cosa intendo, partecipa ad un’esperienza di questo tipo: un ritiro, uno yoga weekend o anche un’esperienza più breve, di mezza giornata. Dai un’occhiata alla pagina dedicata alle esperienze.


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