
Per gran parte della mia vita ho vissuto orientata verso qualcosa: un obiettivo, una direzione, un’idea di chi dovevo diventare.
Avevo obiettivi, piani, immagini di come doveva essere la mia vita, di chi dovevo diventare. Ho vissuto per anni nel movimento continuo: creare, costruire, organizzare, cambiare, migliorare, superare.
Negli ultimi anni sono avvenuti grandi cambiamenti.
Mio figlio è cresciuto ed è diventato indipendente.
Dopo molti anni di matrimonio ho divorziato.
Ho comprato la mia casa, mi sono trasferita e ora vivo da sola.
Per sei anni ho costruito il mio lavoro come insegnante di yoga. Ho studiato molto, cercato il mio stile, approfondito come lavorare con il corpo per toccare la psiche e come la psiche possa trasformare il corpo. Ho ascoltato le persone, raccolto i loro bisogni, osservato cosa porta davvero benessere, stabilità, presenza. Ho organizzato, creato, trasformato idee in realtà. Ho corso tanto — e molte cose si sono realizzate.
E ora mi trovo in un punto in cui molti processi sono conclusi.
La mia visione dello yoga è più chiara e profonda. I miei yoga weekend, yoga ritiri e yoga eventi sono diventati più veri, più corporei, più profondi. Vedo come le persone cambiano non solo il corpo, ma anche la vita.
E proprio adesso sento un grande vuoto.
Non sono abituata a vivere nel “va tutto bene”.
Non sono abituata a non dover correre.
Ad avere spazio nel giorno per il lavoro, per me, per il riposo.
Molti dei miei grandi desideri si sono realizzati. E dentro nasce una domanda strana: come si vive quando non bisogna più dimostrare, salvare, costruire, inseguire?
C’è molto spazio — e in questo spazio c’è silenzio.
E nel silenzio non c’è solo pace, ma anche tristezza, malinconia, una sensazione di vuoto. Come se stessi imparando a vivere in modo nuovo: vivere nel bene, nella stabilità, dove non è lo stress a spingermi avanti, ma l’ascolto di me stessa.
Ho quasi quarantacinque anni.
Inizio a sentire come cambia il corpo, come cambiano i processi interni, la fisiologia, la biologia. Capisco che non siamo solo mente, siamo anche materia viva, e il corpo ci parla: attraverso la stanchezza, il rallentamento, nuovi ritmi, nuove esigenze.
È come se mi fermassi in questo “stare bene” per conoscere chi sono ora.
Non quella che corre.
Non quella che conquista.
Ma quella che vive.
Ed è allo stesso tempo un po’ spaventoso e molto vero. Perché i vecchi modi non funzionano più, e i nuovi stanno nascendo. Cambiano i valori. Cambia il sistema nervoso: dall’allerta continua imparare la quiete, il riposo, la presenza. Il corpo non vuole più vivere nell’esaurimento, chiede gentilezza.
Sento che ora inizia un’altra fase.
Non per fare di più.
Ma per essere più in profondità.
Non per controllare.
Ma per fidarsi.
Forse il vuoto non è mancanza, ma spazio. Uno spazio che non va riempito con impegni, ma ascoltato: con che cosa voglio davvero vivere. Uno spazio dove la seconda parte della vita non è la continuazione della corsa, ma una nuova qualità di presenza.
Non cerco risposte veloci.
Imparo a farmi domande diverse.
Come si vive quando non bisogna più correre?
Come si sente quando non bisogna sopravvivere?
Come stare nel corpo, nell’età, nella realtà che non chiede eroismo, ma verità?
Forse la mia yoga ora non è solo sul tappetino.
È imparare a restare.
Nel silenzio.
In me.
Dentro una vita che non chiede fretta, ma invita ad essere vissuta.