“La tua pratica è come un cavatappi.”

All’inizio non ne capivo il significato.
Poi ho capito che era una descrizione molto precisa.
Quando si pratica yoga con continuità, non resta solo un lavoro sul corpo. Diventa qualcosa di più interno. Attraverso il movimento lento, il respiro e l’attenzione che scende dentro, la pratica arriva anche lì dove, da tempo, abbiamo smesso di sentire.
Tensioni trattenute.
Emozioni congelate.
Impulsi messi da parte perché “non c’era spazio”, perché “non era il momento”.
Spesso pensiamo che questi blocchi nascano solo nell’infanzia. In realtà si formano anche nella vita adulta: quando non ci sentiamo accolti, quando un contesto non ci permette di esprimerci, quando vorremmo dire, muoverci, reagire, e invece ci fermiamo. Ogni emozione porta con sé un impulso. Se quell’impulso viene interrotto, non scompare: resta nel corpo come un movimento incompleto.
Col tempo questi impulsi fermati diventano tensioni croniche, posture rigide, un respiro limitato, zone che non sentiamo più davvero. È una forma di adattamento. Ma adattarsi costa energia: molta della nostra forza vitale viene usata per trattenere, invece che per vivere.
Lo yoga non forza nulla.
Non tira, non spinge.
Ma, un po’ alla volta, aiuta ad allentare.
Come un cavatappi, appunto.
Nella pratica lenta iniziamo a incontrare il nostro modo di proteggerci: spalle alte, mascella serrata, bacino rigido, cuore che fatica ad aprirsi. Non sono solo muscoli, ma storie corporee. Quando il sistema nervoso sente sicurezza, può smettere di difendersi e permettere a quei movimenti sospesi di completarsi.
E quando qualcosa si sblocca, non è raro sentire:
– un sospiro più profondo
– una commozione inattesa
– una sensazione di leggerezza
– più calma
– più energia
Non perché abbiamo fatto di più,
ma perché stiamo trattenendo di meno.
Nel rilascio non si ammorbidisce solo il corpo: torna disponibile anche l’energia che prima era imprigionata. Ci sentiamo più presenti, più integri, più vivi. Il respiro si amplia, la mente si chiarisce, il modo di stare nel mondo diventa più naturale.
Alla fine, il corpo trova da solo un modo semplice di stare.
E anche dentro qualcosa respira meglio.
Qualcosa si muove.
Qualcosa torna vivo.
Forse è questo il senso profondo della pratica: non aggiungere, ma liberare.
Come un cavatappi che, senza violenza, permette a ciò che era chiuso da tempo di tornare a fluire.