La vita come attesa

Si sopravvive aspettando di vivere, invece di vivere mentre si è vivi.

Se mi fermo a guardare con un certo distacco la vita dell’uomo, mi accorgo che è fatta quasi interamente di attese.
Attesa che qualcosa accada, che qualcosa finisca, che qualcosa finalmente inizi. Cresciamo aspettando di diventare grandi, studiamo aspettando di lavorare, lavoriamo aspettando di smettere; perfino amiamo aspettando che l’amore diventi stabile, sicuro, definitivo… che la relazione trovi la sua forma o la sua fine. Anche quando siamo in movimento, dentro restiamo sospesi, come se la vita vera fosse sempre un po’ più avanti rispetto a dove (o a quando?) siamo noi.

L’attesa diventa la struttura invisibile dell’esistenza. Aspettiamo di guadagnare di più, di comprare qualcosa o di fare un certo viaggio o esperienza. Si aspetta un risultato, una risposta, un riconoscimento, una svolta. Si aspetta che un progetto funzioni o fallisca. Si aspetta in fila, si aspetta una notizia, si aspetta di avere più tempo o più tranquillità. E senza accorgercene, la vita si trasforma in una grande sala d’attesa ben arredata, spesso confortevole, ma pur sempre una sala d’attesa.

Il tempo, in fondo, non è una dimensione naturale per l’uomo. È una dimensione acquisita, imparata, abitata a fatica. Da qui nasce quella sensazione sottile e costante di essere lontani da casa, di non essere mai del tutto arrivati. Dopo molto tempo, questa distanza stanca. L’uomo si stanca di aspettare, si stanca di rimandare la pace, la felicità, il senso. E allora cerca qualcosa che renda l’attesa più breve, o almeno più sopportabile.

È qui che il denaro esercita il suo fascino più profondo. Non tanto per ciò che permette di comprare, ma per la promessa silenziosa che porta con sé: abbreviare l’attesa, eliminarla, anestetizzarla. Con il denaro si compra velocità, comodità, distrazione, controllo. Non cancella l’attesa profonda, ma ne riduce il peso. Dà l’illusione di essere arrivati, di essersi messi al riparo dalla sospensione, di poter finalmente dire: “Ora posso vivere”. Ma è un’illusione fragile. Basta che il denaro perda valore o scompaia, e l’attesa ritorna, spesso più forte di prima.

Il grande inganno è credere che la vita inizi dopo. Dopo aver sistemato tutto. Dopo aver accumulato abbastanza. Dopo aver raggiunto una certa sicurezza. Così si rimanda continuamente il vivere, scambiando l’attesa per preparazione, la sospensione per prudenza. Ma intanto la vita passa, e noi restiamo fermi sulla soglia.

Forse l’attesa non si risolve possedendo di più o controllando meglio il tempo. Forse non si risolve affatto come si risolve un problema. Forse si scioglie solo quando smettiamo di usarla come luogo in cui abitare. Quando smettiamo di vivere “in attesa di” e iniziamo semplicemente a camminare. Non verso una meta perfetta, ma verso casa, qualunque cosa questo significhi per ciascuno di noi.

Non serve attendere il momento giusto, perché il momento giusto è spesso solo un alibi camuffato. Serve piuttosto smettere di sospendere la vita, smettere di dire: “Vivrai quando…”. L’attesa perde il suo potere quando non la prendiamo più come misura dell’esistenza. E allora, senza far tanto rumore, senza miracoli, qualcosa cambia. Non perché tutto sia risolto, ma perché la vita non è più rimandata.

Forse è solo questo il passo da compiere: incamminarsi. E scoprire che, mentre camminiamo, l’attesa si dissolve e stiamo vivendo. E la pace, finalmente, diventa possibile.

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