Vicino non è futuro: è qui. Pensieri in quota su un “Regno” che abita lo spazio

“Il regno di Dio è vicino.” L’ho letto decine di volte, sempre con l’idea che “vicino” volesse dire “tra poco”, come se ci fosse una sorta di conto alla rovescia spirituale, un ultimo traguardo del percorso di vita. Invece oggi, nel silenzio rumoroso della ghiaia e del vento, ho sentito che vicino significa innanzitutto accanto: prossimità, non scadenza. Non un domani più santo del presente, ma un qui che si lascia intravedere quando smettiamo di rincorrerlo altrove. È una differenza minuscola nella grammatica, enorme nella vita: se è vicino nello spazio, non devo “arrivarci”, devo accorgermene.

La montagna è maestra in questa grammatica del reale. A volte basta spostarsi di un passo sulla cresta perché la pendenza cambi e ciò che sembrava impossibile diventi percorribile. Non è la roccia a mutare, siamo noi che cambiamo angolo. La psicologia lo chiamerebbe “reframing”, la tradizione cristiana parlerebbe di “metanoia”, un cambio di mente che apre un cambio di mondo. Il Vangelo sembra confermarlo quando dice che il Regno è “in mezzo a voi”, o addirittura “dentro di voi”: non un altrove remoto, ma il luogo dove le relazioni, il corpo e l’attenzione si accordano alla realtà così com’è, senza pretenderne una versione di comodo. In questa chiave, la salita non è conquista: non domini la montagna, entri nella sua cadenza.

Anche altre tradizioni spirituali raccontano la stessa intuizione con lingue diverse. Le Upanishad indicano un’unità intima tra il Sé e ciò che è; il Tao Te Ching sussurra che l’Assoluto è vicino e gli uomini vanno lontano a cercarlo; lo Zen, con la sua ironia, dice che la via è “mente ordinaria”. Tutti, in fondo, ricordano che la profondità non abita l’eccezionale ma il quotidiano. Come il lievito nella pasta o il seme che lavora in silenzio, il Regno cresce dove la presenza è densa e l’ego lascia spazio alla realtà. Non serve una regia complicata: serve una qualità diversa dello sguardo.

Il problema è che viviamo spesso in assenza da noi stessi. L’automatismo ci trascina; il rumore di fondo rende indistinto ciò che conta; l’ambizione maschera gli affetti e li usa come gradini. La montagna smaschera questi inganni con semplicità: ti toglie l’inutile, ti lascia il fiato, il ritmo, la luce che cambia. È una liturgia laica che insegna prossimità. Quando ti fermi e senti il respiro che si distende, quando incroci uno sguardo sconosciuto e scambi un cenno che è più di un saluto, quando ringrazi la roccia perché ti ha sostenuto il tuo passo, lì accade già qualcosa del Regno. Non è spettacolare, non fa rumore, ma rende diversa la qualità del presente.

Se “vicino” è una questione di spazio, allora la spiritualità non è evasione ma incarnazione. E le scelte piccole diventano luoghi sacramentali. C’è più verità nel modo in cui ascolti una persona, nel silenzio prima di una risposta, nel grazie che dici a fine giornata, che in tante dichiarazioni solenni. La distanza si misura al ritmo dell’alternarsi tra attenzione e distrazione, non in chilometri o in minuti. Avvicinarsi è togliere strati: meno giudizio, meno controllo, meno accumulo; più cura, più intensità, più gratuità. Come quando decidi di camminare senza fretta, di scattare meno foto e guardare di più, di lasciare che il paesaggio ti attraversi invece di volerlo possedere. Mi piace e faccio mia una frase, citata da uno psicologo, che mi ha riferito una persona a me molto cara: non si tratta di allungare la vita, ma di allargarla… e non si parla del girovita!

In vetta, le nuvole aprono squarci improvvisi e capisci che non sei tu a comandare la scena. La croce non è un trofeo, è un segno di vicinanza e connessione: cielo e terra che si sfiorano nel punto in cui l’umano accetta di non essere il centro. In quel gesto di resa attiva — non rinuncia, ma cooperazione — percepisci che la verità è più vicina di quanto sembri. Non arriva come un evento da palcoscenico; emerge come una temperatura dell’aria, come la luce che cambia sul profilo della roccia. È lì, a distanza zero, ogni volta che riabiti il presente con interezza.

Scendendo, il sentiero è lo stesso eppure diverso. La mente ha fatto un giro in più, ha disarmato qualche difesa, ha riordinato le priorità e resta solo una pace sobria. Ti porti a casa poche parole, ma feconde: vicino non è futuro, è spazio; non è promessa di evasione, è invito all’attenzione. E allora il Regno smette di essere un’idea da discutere e diventa una postura da praticare: più presenza, più relazione, più qualità. La vita non si fa più leggera perché le salite spariscono; si fa più vera perché impari a salire con ciò che c’è. Non di là, non dopo, non quando saremo all’altezza. Adesso. E se capita di dimenticarlo — perché capita — bastano di nuovo tre respiri, un passo più lento, uno sguardo che ascolta. Il resto lo fa la realtà, che sa mostrarsi quando smettiamo di trattenerla. “Il regno di Dio è vicino”: quando ce ne accorgiamo, la stessa cresta che poco prima incuteva timore diventa il luogo esatto dove la verità ci raggiunge, senza clamore, come un raggio di sole che non chiede permesso.

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