I precetti del Sanātana Dharma: significato, pratica quotidiana e connessioni con il messaggio di Gesù

Sanātana Dharma è un termine sanscrito che significa “ordine eterno” o “eterna legge”. Esso indica quella che comunemente chiamiamo religione induista, ma sarebbe riduttivo definirlo solo una religione: il Sanātana Dharma è piuttosto un insieme di principi senza tempo, discipline etiche e insegnamenti spirituali che guidano l’individuo a vivere in armonia con il cosmo e a realizzare la propria natura divina interiore. È una via eterna che abbraccia credenze e pratiche diverse, senza dogmi rigidi, fondata su valori universali come la ricerca della liberazione spirituale (moksha), la rettitudine etica (dharma), l’adesione alla verità (satya) e la realizzazione del Sé – in altre parole, il riconoscimento che ogni anima individuale (ātman) è di natura divina e parte integrante dell’Assoluto.

«Asato mā sad gamaya, tamaso mā jyotir gamaya, mṛtyor mā’mṛtaṃ gamaya» – “Dal non-Reale conducimi al Reale. Dalle tenebre conducimi alla Luce. Dalla morte conducimi all’Immortalità”. Questo antico verso delle Upaniṣad rappresenta l’anima del Sanātana Dharma: è un invito al risveglio interiore, a trasformare la propria vita perseguendo la verità, la luce della conoscenza e l’eterno principio spirituale che dimora in noi.

Principi fondamentali e precetti eterni del Sanātana Dharma

Fin dalle origini vediche, la visione del Sanātana Dharma è stata tramandata attraverso scritture sacre (Veda, Upaniṣad, Bhagavad Gītā, ecc.) che illustrano i principi eterni su cui si regge l’ordine cosmico e morale. Alcuni capisaldi di questa “eterna filosofia” possono essere così riassunti:

  • Un Solo Divino Onnipervadente: Esiste un’Assoluto unico che permea l’intero universo, simboleggiato dal suono primordiale Om. Le varie divinità hindu (Brahmā, Viṣṇu, Śiva e altri) sono viste come manifestazioni di quell’Unico Brahman. I Veda proclamano: «Ekam sat vipra bahudhā vadanti» – “L’Essere (la Verità) è uno, i saggi lo chiamano con nomi diversi”. Ciò sottolinea l’unità sottostante al molteplice: al di là dei diversi nomi e forme, tutto è espressione di un’unica Realtà divina.
  • Divinità interiore di ogni essere: Ogni jīva (anima individuale) è considerata una scintilla del Divino (Paramātman). Tutti gli esseri sono per natura divini – il nostro scopo umano è risvegliare questa divinità interiore, “ricordarci” chi siamo veramente. Questo principio si traduce in un profondo rispetto per ogni vita e nella convinzione che servire gli altri equivalga in ultima analisi a servire Dio presente in loro.
  • Armonia e unità dell’esistenza: Il Sanātana Dharma insegna che tutta l’esistenza è un’unica famiglia (il famoso motto Vasudhaiva kuṭumbakam). Non c’è separazione reale tra le creature: la natura, gli animali e gli esseri umani sono tutti parte dell’ordine cosmico. Da questa visione deriva anche il principio di armonia religiosa: poiché la Verità è unica, ma viene chiamata con molti nomi, le diverse vie spirituali possono essere rispettate in quanto percorsi verso la medesima vetta. La tolleranza e il pluralismo sono dunque intrinseci al Dharma eterno.
  • Conoscenza e realizzazione spirituale: La saggezza è considerata sacra. I testi fondamentali (i Veda, la Bhagavad Gītā, i mantra come il Gāyatrī ecc.) offrono una guida per la vita etica e la comprensione del Sé. Non basta però credere intellettualmente: il Sanātana Dharma enfatizza l’esperienza diretta del divino. Yoga (nelle sue varie forme – bhakti, jñāna, karma e rāja yoga) è il mezzo per trasformare conoscenza in realizzazione concreta. Lo scopo ultimo è il moksha, la liberazione dal ciclo di nascite e morti, che si ottiene attraverso la purificazione interiore, la meditazione e la grazia divina.

Satya – il potere della Verità

Satya (verità, sincerità) è uno dei pilastri più elevati del Dharma. Non si tratta solo di non mentire, ma di vivere in accordo con la Verità assoluta. Nei testi vedici la Verità è sinonimo di Realtà divina: “Sat” (Essere) è uno dei nomi di Dio. La Muṇḍaka Upaniṣad proclama: «Satyameva jayate, nānṛtaṁ» – “Solo la verità trionfa, non la menzogna”. Dire la verità mantiene allineati con l’ordine cosmico e con la propria coscienza più profonda. Simbolicamente, Satya rappresenta la luce che dissipa l’oscurità dell’illusione: quando viviamo nell’autenticità, la nostra vita diventa “trasparente” e in armonia con il Sé.

Dal punto di vista psicologico, l’adesione a Satya ha implicazioni potenti. Essere sinceri e integri produce serenità mentale: non dobbiamo “tenere traccia di bugie” né provare il disagio di essere falsi con noi stessi o gli altri. Studi psicologici confermano che l’onestà è associata a minori livelli di stress, ansia e depressione, nonché a relazioni sociali più solide e fiduciarie. Dire la verità elimina la tensione di vite “doppie” e allevia il peso della dissonanza interiore, permettendoci di vivere con semplicità e autenticità. Sul piano pratico, coltivare Satya significa: comunicare onestamente (con tatto e gentilezza), essere onesti nelle azioni quotidiane, e soprattutto essere veri con se stessi, evitando negazioni o autoinganni. In questo modo la mente diventa più limpida e coraggiosa – come insegna lo Yoga Sutra: quando ci si radica fermamente nella veridicità, si ottiene una profonda fearlessness, l’assenza di paura, perché si vive nella luce della verità.

Ahimsa – la sacralità della Non-violenza

Ahiṁsā, la non-violenza o non-nuocere, è forse il principio etico più famoso associato al Dharma indiano (abbracciato non solo dall’induismo ma anche da giainismo e buddhismo). A livello letterale significa astenersi dal fare del male ad ogni creatura tramite pensieri, parole o azioni. Ma il suo significato simbolico è ancora più profondo: ahiṁsā rappresenta l’amore universale e la compassione verso tutti gli esseri, riconoscendo la comune scintilla divina. Se tutto è Uno, arrecare sofferenza a un altro essere è in realtà ferire noi stessi e violare l’armonia dell’esistenza.

Nei testi si dice che “Ahimsa paramo dharma” – “la non-violenza è il dovere morale più alto”. Manu, l’antico legislatore, elenca la compassione (dayā) e la non-violenza (ahiṁsā) tra le virtù fondamentali dell’uomo giusto. La pratica di ahiṁsā implica coltivare la gentilezza, il rispetto e la benevolenza verso tutti: non solo astenersi dalla violenza fisica, ma anche dalla crudeltà verbale (insulti, pettegolezzi malevoli) e perfino dai pensieri di odio. Nel quotidiano, ahiṁsā può voler dire nutrirsi in modo etico (molti seguono un’alimentazione vegetariana o vegana per non nuocere agli animali), rispettare l’ambiente, rispondere all’aggressività non con altra aggressività ma con comprensione e, in generale, essere una presenza pacifica nelle situazioni che viviamo.

Le implicazioni psicologiche di una vita improntata alla non-violenza sono molto positive. Coltivare la compassione riduce rabbia e risentimenti, guarisce dall’odio che corrode prima di tutto chi lo prova, e aumenta la pace mentale. Mostrarsi gentili e altruisti verso il prossimo accresce la nostra felicità interiore: numerose ricerche nel campo della psicologia positiva mostrano che compiere atti di bontà incrementa il benessere, riduce i sintomi d’ansia e fa sentire più connessi socialmente. Come riportato in uno studio di Harvard, la gentilezza sembra essere contagiosa e innesca un circolo virtuoso: chi riceve benevolenza tende a sua volta a trasmetterla ad altri. Dal perdono delle offese (kṣamā) al volontariato, ogni forma di altruismo non solo aiuta gli altri ma risana anche noi stessi, liberandoci da ostilità e isolamento.

Dharma – vivere in armonia con l’Ordine cosmico

Dharma è un termine ricchissimo di significato: possiamo tradurlo approssimativamente come “giusto dovere”, “rettitudine”, “legge morale”. In senso universale è l’Ordine che sostiene l’universo – il principio di armonia che regola ogni cosa, dal moto delle stelle al codice etico per gli esseri umani. Seguire il dharma, nella vita di tutti i giorni, significa allinearsi con quell’ordine, comportarsi rettamente secondo il proprio ruolo e la propria coscienza. Questo concetto è dinamico e personale: il dharma di un genitore è accudire i figli, il dharma di un medico è curare i pazienti, il dharma di uno studente è applicarsi con sincerità negli studi, e così via. Ciascuno ha un svadharma (dovere individuale) da compiere, che contribuisce all’armonia collettiva.

Sul piano simbolico il dharma rappresenta il sentiero dell’equilibrio: è spesso simboleggiato da una ruota (il Dharma Chakra) che gira senza intoppi quando ogni essere compie la propria parte. Vivere secondo dharma porta ordine interiore, perché si agisce in coerenza con i propri valori e con il bene comune, anziché essere guidati solo dall’ego o dai desideri momentanei. La Bhagavad Gītā insegna ad esempio l’importanza di svolgere il proprio dovere con integrità, senza attaccamento ai frutti dell’azione. “Meglio il proprio dharma anche se imperfetto, che il dharma di un altro ben eseguito”, afferma Krishna (Bhagavad Gītā 18.47), ad indicare che abbiamo una responsabilità unica nel ruolo che ci è assegnato dalla vita.

Da un punto di vista psicologico, il dharma offre alla persona senso di scopo e significato. Sapere di agire secondo coscienza e contribuire al benessere altrui dona una profonda soddisfazione interiore. Inoltre, seguire delle linee guida etiche autoimpone una disciplina benefica: il dharma ci chiede spesso di moderare gli impulsi negativi (trattenere la rabbia ingiustificata, dominare l’avidità, dire la verità anche quando costa, mantenere impegni presi, ecc.), funge quindi da palestra di autocontrollo e di crescita del carattere. La ricerca moderna conferma che vivere in coerenza con i propri principi migliora l’autostima e la salute mentale. Al contrario, agire contro la propria coscienza genera conflitto interiore. Praticamente, per applicare il dharma quotidianamente possiamo: fare il nostro dovere sul lavoro o in famiglia con onestà e dedizione, rispettare le regole giuste, aiutare chi ci circonda quando possibile, e prendere decisioni basandoci non sull’egoismo ma su ciò che è giusto e appropriato nelle circostanze. Il beneficio è una vita più equilibrata, relazioni improntate al rispetto e alla fiducia, e una coscienza in pace.

Le virtù eterne del Dharma (da Manu ai Yoga Sūtra)

Abbiamo menzionato alcuni grandi valori come verità, non-violenza, rettitudine. La tradizione hindū tuttavia ne elenca molti altri che completano il quadro dell’ideale etico-spirituale. Manu, autore di un antico Dharma Śāstra (codice di condotta), descrisse dieci virtù fondamentali (daśa-dharma-lakṣaṇa) che ogni individuo dovrebbe coltivare:

  • Dhṛti – la fermezza, costanza e forza d’animo di perseguire il bene;
  • Kṣamā – il perdono, la pazienza di saper tollerare e assolvere le offese;
  • Dama – il dominio di sé, il controllo della mente e dei sensi;
  • Asteya – il non rubare, ossia l’onestà e anche l’assenza di bramosia per ciò che appartiene ad altri;
  • Śauca – la purezza, sia esteriore che soprattutto interiore (pensieri e intenzioni pure);
  • Indriya-nigraha – la padronanza dei sensi, saper moderare appetiti e desideri;
  • Dhī – il discernimento, l’intelligenza illuminata che distingue il giusto dallo sbagliato;
  • Vidyā – la conoscenza (sia conoscenza spirituale che apertura mentale all’apprendimento);
  • Satya – la veridicità, di cui abbiamo parlato;
  • Akrodha – la non collera, ovvero la capacità di non cedere all’ira e mantenere la calma.

A queste, altri testi aggiungono Dāna (la generosità, carità), Dayā (la compassione) e, come già sottolineato, Ahiṁsā (la non-violenza) tra le qualità indispensabili. È impressionante notare come queste virtù, delineate migliaia di anni fa, mantengano ancora oggi un valore universale e moderno: chi non apprezzerebbe una persona sincera, paziente, generosa, compassionevole, leale, equilibrata e saggia? Il Sanātana Dharma in fondo delinea un ideale di essere umano completo, virtuoso e consapevole.

Un’altra formulazione classica dei precetti è quella presentata nello Yoga di Patañjali, che codifica una serie di regole morali come base del percorso spirituale. Gli Yoga Sūtra (II,30) elencano i cinque Yama, voti di condotta verso gli altri, che ricalcano molti dei valori visti: ahiṁsā (non violenza), satya (veridicità), asteya (non rubare), brahmacarya (continenza, condotta sessuale pura o moderazione dei desideri) e aparigraha (non possessività, evitare l’avidità materiale). Parallelamente, i Sūtra (II,32) propongono i cinque Niyama, osservanze personali: śauca (purificazione di corpo e mente), santoṣa (contentmento, gratitudine per ciò che si ha), tapas (disciplina ascetica o fervore nei propri impegni spirituali), svādhyāya (studio di sé e delle Scritture) e īśvara-praṇidhāna (abbandono a Dio, devozione e fiducia nell’Assoluto). Questi dieci precetti dello Yoga (non a caso molto simili ai principi di Manu e alle virtù vediche) costituiscono una guida pratica su come vivere quotidianamente: con rettitudine morale, purezza, serenità e orientamento al divino.

Vale la pena evidenziare il valore di santoṣa (appagamento): mentre la società moderna spesso alimenta l’insoddisfazione e la corsa a volere sempre di più, il Sanātana Dharma esorta a coltivare la contentezza interiore per ciò che si ha, come antidoto all’avidità (aparigraha) e all’invidia. Psicologicamente questo atteggiamento porta a maggiore gratitudine e felicità, riducendo lo stress da competizione materiale. Tapas (austerità), invece, ci ricorda l’importanza di saper affrontare le difficoltà con forza d’animo e di praticare una moderazione che tempra il carattere (esempi possono essere il digiuno rituale, la veglia, o anche il mantenere una disciplina quotidiana negli orari e nelle abitudini). Queste pratiche sviluppano resilienza e padronanza di sé, qualità che la psicologia odierna associa alla capacità di raggiungere obiettivi e superare traumi con esiti migliori.

Infine, Īśvara-praṇidhāna (affidarsi a Dio) dà una dimensione profondamente spirituale e di sollievo psicologico: significa consegnare i frutti delle proprie azioni e le proprie preoccupazioni nelle mani del Divino, con fede che qualunque cosa accada sarà per un bene superiore. Nei Yoga Sūtra si afferma che dedicare ogni atto a Dio e accettare con equanimità il risultato è una via diretta alla pace suprema (samādhi). In termini moderni, questo atteggiamento insegna a non ossessionarsi dal bisogno di controllare ogni esito: si fa del proprio meglio, poi ci si rilassa confidando che esiste un ordine più grande. Ciò riduce notevolmente ansia e frustrazione, aiutando a sviluppare resilienza spirituale di fronte alle sfide della vita.

Mettere in pratica il Dharma: benefici psicologici ed espressioni nella vita quotidiana

Dopo aver esplorato i vari precetti, sorge spontanea la domanda: come li applichiamo nella vita di ogni giorno? L’obiettivo del Sanātana Dharma non è avere una lista di valori ideali da venerare teoricamente, ma di incarnarli attraverso azioni, scelte e abitudini. E se lo facciamo, quali trasformazioni osserviamo in noi stessi?

Anzitutto, vivere secondo questi principi produce un significativo benessere interiore. Le antiche scritture spesso collegano virtù morali e serenità mentale. Oggi la scienza psicologica sta riscoprendo questo legame: ad esempio, praticare l’onestà, la gentilezza, la gratitudine, il perdono – qualità che il Dharma insegna da millenni – ha effetti misurabili sulla salute psico-fisica.

Possiamo quindi tradurre i precetti in semplici pratiche quotidiane. Eccone alcune:

  • Veridicità e autenticità: impegnarsi a dire la verità nelle piccole e grandi cose; esprimere in modo sincero ma rispettoso ciò che pensiamo e sentiamo; “essere trasparenti” con gli altri invece di indossare maschere. Questo costruisce fiducia nelle relazioni e, come visto, allevia lo stress emotivo. Chi agisce con integrità tende ad avere meno rimorsi e rimpianti, e a dormire sonni più tranquilli, poiché la sua vita è coerente con i propri valori. Non sorprende che uno studio scientifico abbia rilevato che le persone che riducono le bugie quotidiane riportano miglioramenti significativi nella salute mentale e fisica. L’onestà semplifica la vita, mentre la falsità la complica.
  • Non-violenza e gentilezza amorevole: significa adottare un atteggiamento di rispetto in ogni interazione. Possiamo praticare ahimsa ad esempio evitando parole dure o offensive, cercando di comprendere il punto di vista altrui durante un conflitto invece di attaccare, scegliendo gesti di gentilezza “gratuita” – come aiutare qualcuno in difficoltà, ascoltare con empatia un amico stressato, fare volontariato nella comunità. Queste azioni, oltre al beneficio che portano agli altri, agiscono come un balsamo sulla nostra psiche: studi sulla “psicologia della gentilezza” mostrano che chi compie atti di bontà prova maggiore felicità e soddisfazione personale, e registra persino riduzioni nei livelli di ormoni dello stress e della pressione sanguigna. In un esperimento, fare atti di generosità quotidiani per una settimana ha significativamente aumentato il senso di felicità nei partecipanti. In breve, fare il bene fa bene, davvero.
  • Perdono e pazienza: quando pratichiamo kṣamā – il perdono delle offese e la pazienza verso le provocazioni – stiamo in realtà liberando noi stessi da un carico emotivo tossico. Il rancore prolungato e la rabbia cronica infatti alimentano stress, irrequietezza e pensieri negativi ricorrenti. Decidere di perdonare (pur senza giustificare l’errore altrui) significa tagliare le catene che ci legano al passato doloroso, permettendo alla nostra mente di guarire e voltare pagina. La psicologia riconosce il potere terapeutico del perdono: riduce l’ansia, la depressione e abbassa i livelli di ostilità, migliorando anche la salute cardiovascolare. Nella pratica quotidiana, perdonare può voler dire: non rimuginare all’infinito sul torto subito, provare a mettersi nei panni dell’altro (magari “non sapeva quello che faceva”), oppure esprimere assertivamente il proprio dispiacere e poi lasciar andare, senza cercare vendetta. La Bhagavad Gītā annovera la capacità di non odiare neppure chi ci fa del male tra le qualità del saggio: “Colui che non nutre odio verso nessuna creatura, che è amichevole e compassionevole verso tutti… equilibrato nella gioia e nel dolore, indulgente, sempre contento – quel devoto è caro a Me”. Questo ideale può ispirarci a reagire alle negatività con la forza serena della pazienza e del perdono.
  • Disciplina di vita e moderazione: seguire il dharma include vivere in modo equilibrato. Praticamente, possiamo introdurre routine sane che riflettono le linee guida spirituali: ad esempio alzarsi presto al mattino per meditare o pregare (un momento di tapas quotidiano), mantenere la pulizia e l’ordine negli spazi in cui viviamo (śauca esteriore che influisce su quello interiore), seguire un’alimentazione sattvica (pura e non violenta, in linea con ahimsa), limitare il consumo di alcol o stimolanti eccessivi (brahmacarya inteso anche come moderazione dei piaceri), praticare gratitudine la sera ripensando alle cose positive della giornata (santoṣa). Queste non sono meri “riti moralistici”: hanno effetti tangibili sul nostro benessere. Ad esempio, la meditazione e lo yoga – strumenti centrali del Sanātana Dharma – sono oggi universalmente riconosciuti per i benefici sul sistema nervoso: abbassano l’ansia, migliorano la concentrazione e l’equilibrio emotivo. Lo Yoga Sutra definisce lo yoga proprio come “la cessazione dei turbamenti della mente”. Una breve pratica quotidiana di respirazione consapevole o di contemplazione silenziosa può aiutarci a ridurre lo stress e a rimanere centrati nel caos quotidiano. Allo stesso modo, la moderazione nei sensi e negli impulsi ci protegge dagli eccessi autodistruttivi (come dipendenze, shopping compulsivo, ira esplosiva) e ci insegna la gioia della semplicità.
  • Servizio disinteressato (sevā) e generosità: la via del karma yoga, il yoga dell’azione altruista, ci incoraggia a servire gli altri senza aspettarci ricompense o riconoscimenti. Possiamo metterla in pratica iniziando da piccoli atti: offrire il nostro tempo, le nostre abilità o semplicemente la nostra presenza a chi ne ha bisogno. Anche aiutare in casa, prendersi cura dei familiari con amore, svolgere il proprio lavoro con l’intento di essere utile e non solo per profitto – tutto questo è spirito di servizio. La generosità (dāna) non si limita alle donazioni materiali, ma comprende il donare attenzione, gentilezza, conoscenza. Gli effetti psicologici? Paradossalmente donare arricchisce chi dona, in termini di soddisfazione personale e senso di connessione umana. È stato osservato che chi pratica regolarmente atti di volontariato o assistenza sviluppa maggiore autostima, e addirittura mostra indicatori di salute fisica migliori e longevità aumentata, rispetto a chi vive in modo del tutto egocentrico. Ciò rispecchia il motto: “fa’ del bene e starai bene”.

In sintesi, le linee guida del Sanātana Dharma sono straordinariamente attuali e applicabili. Esse ci invitano a coltivare abitudini virtuose che la scienza odierna conferma essere fonti di benessere: onestà, gentilezza, gratitudine, moderazione, meditazione, altruismo. Non bisogna pensarle come “precetti punitivi” che limitano la vita; al contrario, seguiti con comprensione, liberano la vita dal caos e dalla negatività, creando le basi per una felicità autentica e duratura. Come un albero ben piantato, queste virtù radicano la nostra mente rendendola stabile nelle tempeste dell’esistenza, mentre il nostro spirito può espandersi verso l’alto, verso le luminose vette della realizzazione spirituale.

Corrispondenze tra gli insegnamenti di Gesù e la saggezza del Sanātana Dharma

Pur appartenendo a contesti culturali e storici diversi, il messaggio del Sanātana Dharma e quello di Gesù Cristo presentano sorprendenti punti di contatto. Molti precetti spirituali induisti trovano eco nelle parole di Gesù nei Vangeli, quasi a suggerire che le verità eterne sono universali e riconoscibili dai saggi di ogni tradizione. Di seguito esploriamo alcune corrispondenze significative tra i detti di Gesù e gli insegnamenti della Bhagavad Gītā e degli Yoga Sūtra:

  • Il Divino all’interno di noi: Gesù proclamò «Il regno di Dio è dentro di voi» (Luca 17,21) e affermò l’unità con il Padre celeste dicendo «Io e il Padre siamo una cosa sola». Queste parole rispecchiano l’idea hindū che il Divino risiede nel cuore di ogni creatura. Nella Bhagavad Gītā, Krishna dichiara infatti: «Io sono il Sé, dimorante nel cuore interiore di tutti gli esseri… nulla può esistere senza di Me». L’ātman (sé individuale) è unito al Brahman (Dio) così come Cristo è uno col Padre, e Gesù dice ai discepoli «Io sono nel Padre e voi in me ed Io in voi», alludendo alla stessa verità di una divina presenza interiore. Entrambe le tradizioni ci invitano dunque a cercare Dio dentro di noi anziché esclusivamente al di fuori: Gesù con la vita di preghiera interiore e il dono dello Spirito Santo, e la filosofia vedica con l’idea che meditando sul Sé nel proprio cuore si scopre l’Uno eterno dimorante in noi (come recita una Upaniṣad: “più piccolo di un granello, eppure più grande del cielo, è il Sé che risiede nel loto del cuore”).
  • Amore per il prossimo, compassione e non-violenza: al centro del messaggio di Gesù vi è l’amore incondizionato. «Amerai il prossimo tuo come te stesso» è il secondo comandamento più grande (Matteo 22,39), e Gesù arrivò a insegnare «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano» (Luca 6,27). Questo invito a un amore universale e al perdono illimitato (fino a “settanta volte sette”) coincide con l’ideale di ahiṁsā e compassione universale del Dharma. Nella Gītā ritroviamo la medesima disposizione d’animo: “Colui che non odia alcun essere, che è amichevole e compassionevole verso tutti… privo di ego e colmo di equanimità nella gioia e nel dolore – quello è amato da Dio”. Inoltre, la “regola d’oro” insegnata da Gesù – «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» – riflette il principio karmico per cui ciò che facciamo agli altri ritorna a noi, e quindi dobbiamo trattare ogni creatura con la gentilezza con cui vorremmo essere trattati. Nello Yoga, il primo Yama (ahiṁsā) ci chiede proprio questo: di astenersi dal far male perché riconosciamo ogni essere come un altro noi stessi. Tanto Gesù quanto il Dharma sottolineano dunque empatia, non-violenza, misericordia e servizio: pensiamo alla parabola del buon samaritano che aiuta lo sconosciuto ferito sul ciglio della strada, e confrontiamola con l’ideale del sadhu hindū che dona cibo anche agli animali randagi e considera sacra ogni vita. In entrambi i casi, l’amore attivo è visto come il compimento della legge divina.
  • Distacco dalle ricchezze e purezza di cuore: Gesù ammonì spesso sui pericoli dell’attaccamento materialistico: «Non potete servire Dio e la ricchezza»; «Di che serve all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?». Incoraggiò invece la semplicità volontaria, dicendo al giovane ricco di vendere i beni e darli ai poveri, e insegnando: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Questo messaggio risuona con i concetti di aparigraha (non attaccamento ai beni) e śauca (purezza) nello Yoga. Aparigraha invita a non accumulare più del necessario e a non fare della brama di possesso lo scopo di vita – in linea con l’ideale cristiano di povertà di spirito e con frasi evangeliche come «Non accumulate tesori sulla terra… ma accumulate tesori in cielo». La purezza di cuore richiesta da Gesù, che include purezza d’intenzioni e castità nei pensieri, è sostanzialmente ciò che prescrive brahmacarya nei Yama: canalizzare l’energia vitale lontano dagli eccessi sensuali verso scopi più alti, così come śauca nei Niyama esorta a purificare la mente da pensieri impuri. In entrambi i casi lo scopo è rendere il cuore un santuario limpido dove possa risplendere la luce divina. Gesù e gli yogi concordano che l’avidità e la lussuria offuscano l’anima, mentre la semplicità e la purezza la illuminano.
  • Fede e abbandono alla volontà divina: Nel cristianesimo ha un ruolo centrale la fiducia in Dio e l’affidamento alla Sua volontà. Gesù nel Padre Nostro ci insegna a pregare «Sia fatta la Tua volontà», e nel momento più difficile, nell’Orto degli Ulivi, di fronte alla sofferenza imminente, pregò il Padre dicendo «Non la mia, ma la Tua volontà sia fatta». Questo totale atto di resa fiduciosa corrisponde concettualmente all’īśvara-praṇidhāna dello Yoga. Come visto, Patañjali inserisce fra i Niyama la devozione al Signore, ovvero affidare ogni azione a Dio e accettare con equanimità il risultato, come un gesto di fede profonda. Nella Bhagavad Gītā, Krishna invita Arjuna proprio al surrender: «Lascia ogni altra legge e rifugiati in Me solo: Io ti libererò da ogni male, non temere» (BG 18.66). Questo ricorda moltissimo le parole di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi darò ristoro» (Matteo 11,28), o «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». In pratica, entrambe le tradizioni suggeriscono che, dopo aver compiuto il nostro dovere, dobbiamo consegnare a Dio le nostre preoccupazioni. Il credente cristiano lo fa pregando e confidando nella Provvidenza; il cercatore hindū lo fa offrendo i propri atti a Ishvara e accettando prasāda – il risultato come dono di Dio. Il frutto di questa attitudine è la pace interiore: si passa dall’agitazione dell’ego che vuole controllare tutto, alla serenità di chi si sente guidato da una saggezza superiore. Sia un santo cristiano sia un saggio yogi testimoniano quel particolare senso di sicurezza interiore che nasce dall’abbandono a Dio, grazie a cui si può affrontare ogni difficoltà con coraggio e serenità.
  • Preghiera e meditazione nel silenzio: Gesù frequentemente si ritirava in luoghi solitari a pregare in silenzio, rimanendo in comunione con il Padre per lunghe ore (ad esempio nel deserto, o salendo sul monte a pregare da solo prima dell’alba). Questo aspetto contemplativo trova un parallelo evidente nella pratica della meditazione nello Yoga e nel Sanātana Dharma. Lo Yoga Sutra 1.2 definisce lo scopo dello yoga come “calmare le onde della mente”, raggiungendo uno stato di quiete profonda. Anche i mistici cristiani parlano di orazione del cuore e di “pace che supera ogni intelligenza” (Fil 4,7). Entrambe le vie dunque valorizzano il silenzio interiore: che sia attraverso il mantra Om ripetuto nel cuore, o il “Padre Nostro” sussurrato nel segreto della propria stanza, l’anima tende al raccoglimento per sentire la voce di Dio. C’è un famoso versetto biblico che recita: «Fermatevi, e sappiate che Io sono Dio» (Salmo 46,10), molto citato anche da maestri yoga, poiché esprime la stessa verità: solo placando la mente possiamo realizzare la presenza divina. In questo senso, un cristiano in contemplazione e un meditante hindu seduto in padmāsana perseguono entrambi la comunione con il sacro, al di là delle parole.

Questi sono solo alcuni esempi di come la saggezza del Sanātana Dharma e l’insegnamento di Gesù si illuminano a vicenda. Entrambi invitano l’essere umano a trascendersi, a coltivare l’amore e la virtù, a scoprire una realtà spirituale più alta rispetto al mero vivere materiale. Non c’è da stupirsi se molti santi e pensatori hanno notato tali affinità: Swami Vivekananda, ad esempio, sosteneva che la Bhagavad Gītā e il Nuovo Testamento scorrono parallele come due fiumi di verità. In effetti, il “logos” (Verbo divino) del Vangelo di Giovanni e il “Sanātana Dharma” indicano entrambi un ordine eterno e divino che sostiene il mondo.

Per il cercatore spirituale moderno, rileggere i detti evangelici alla luce della filosofia yoga (o viceversa) può essere un esercizio profondamente illuminante: si coglie l’unità sottesa alle diverse vie religiose. Ad esempio, il comandamento dell’amore universale trova nella dottrina della non-dualità (advaita) una spiegazione metafisica – se Dio è in tutti, l’amore del prossimo è la naturale conseguenza. Allo stesso modo, la promessa cristiana dello Spirito Santo che “insegna ogni cosa e guida alla verità” riecheggia l’idea hindu che il Guru interiore (Antaryāmin) dimora nel nostro cuore come coscienza divina e ci guida se sappiamo ascoltarLo.

In conclusione, esplorare le linee guida del Sanātana Dharma – dalla verità alla non-violenza, dal dovere alla devozione – non è solo un viaggio nella cultura spirituale dell’India, ma uno specchio in cui ritrovare valori universali che parlano all’anima di tutti. Questi precetti, lungi dall’essere astrazioni del passato, rappresentano strumenti pratici ed eternamente validi per migliorare se stessi e vivere una vita più piena di significato. Applicarli quotidianamente porta benefici tangibili: equilibrio mentale, crescita etica, relazioni più armoniose, e un senso di connessione col divino che trascende le differenze di credo. E come abbiamo visto, la luce di questa saggezza antica getta riflessi anche sul cammino cristiano-occidentale, mostrando che la Verità è una, pur rivelandosi con accenti diversi.

In un mondo che spesso sembra smarrire il centro, riscoprire questi principi eterni può aiutarci a ritrovare la rotta: dalla confusione alla verità, dall’odio all’amore, dall’inquietudine alla pace – proprio come invocato in quel mantra vedico all’inizio. Seguendo tali linee guida con spirito aperto e sincero, diventiamo anche noi parte vivente di quel Sanātana Dharma, quella Legge eterna, che continua a guidare l’umanità verso la luce, oggi come millenni fa.

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