
Negli ultimi decenni il pubblico occidentale ha sviluppato un crescente interesse per le pratiche spirituali orientali. In questo contesto, il Kriya Yoga – un’antica tecnica di meditazione e auto-realizzazione – ha assunto un’aura quasi leggendaria. Fu Paramhansa Yogananda, autore della celebre Autobiografia di uno Yogi (opera tradotta in diciotto lingue), a introdurre il Kriya Yoga in Occidente e a fondare, nel 1920, la Self-Realization Fellowship (SRF) per diffondere questi insegnamenti. Il richiamo universale del suo messaggio, che unisce la saggezza dell’Oriente con la devozione tipica dell’Occidente, continua a ispirare milioni di ricercatori spirituali.
In questo articolo approfondiremo il Kriya Yoga come pratica centrale degli insegnamenti di Yogananda e della SRF, illustrandone il significato simbolico, psicologico e spirituale. Esploreremo le tecniche principali del Kriya Yoga, facendo riferimento a fonti classiche come l’Autobiografia di uno Yogi e il documento Kriya Yoga di Ennio Nimis. Analizzeremo i Dieci Comandamenti Yogici e altri principi guida della SRF, ricollegandoli alle radici degli Yama e Niyama dello Yoga. Vedremo inoltre come tali insegnamenti possano integrarsi nella vita quotidiana dell’uomo moderno, con esempi pratici per migliorare il benessere mentale, l’equilibrio emotivo, la concentrazione e le relazioni. Infine, evidenzieremo il connubio tra misticismo orientale e devozione cristiana proposto da Yogananda, includendo riferimenti storici sul lignaggio del Kriya Yoga – da Lahiri Mahasaya a Sri Yukteswar – e sul contesto della fondazione della SRF. Prepariamoci a un viaggio ispiratore ma rigoroso alla scoperta di cosa rappresenta davvero il Kriya Yoga e quale trasformazione esso può portare nella vita contemporanea.
L’essenza del Kriya Yoga: significato simbolico, psicologico e spirituale
Kriya Yoga significa letteralmente “Yoga (unione) attraverso l’azione rituale”. In termini pratici, è una tecnica avanzata di meditazione che mira alla trasformazione della coscienza accelerando l’evoluzione spirituale dell’individuo. A livello simbolico, il Kriya Yoga considera il corpo umano come un microcosmo in cui operano le stesse forze del macrocosmo. Yogananda spiega che durante la pratica «il Kriya Yogi dirige mentalmente la propria energia vitale facendola ruotare, verso l’alto e verso il basso, attorno ai sei centri spinali (i plessi midollare, cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo) che corrispondono ai dodici segni astrali dello Zodiaco, il simbolico Uomo Cosmico». In altri termini, l’ascesa dell’energia attraverso i chakra lungo la colonna vertebrale viene vista come un viaggio dall’individuo verso il cosmo, un’allegoria dell’unione fra l’anima individuale e lo Spirito universale.
Sul piano psicologico, il Kriya Yoga insegna il controllo del prana (soffio vitale) per calmare la mente e le emozioni. Corpo, respiro e mente sono intimamente collegati: respirazioni lente e regolari favoriscono uno stato mentale calmo e concentrato, mentre «respiri accelerati o irregolari si accompagnano, inevitabilmente, a stati emotivi dannosi come la paura, la concupiscenza, la rabbia». Non a caso, la “scimmia irrequieta” del proverbio indiano respira circa 32 volte al minuto, l’uomo medio 18 volte, ma la tartaruga – simbolo di longevità e tranquillità – soltanto 4 volte al minuto, potendo vivere oltre 300 anni. Rallentare coscientemente il respiro attraverso le tecniche yogiche significa quindi placare l’attività mentale ed emotiva, coltivando una profonda quiete interiore.
Dal punto di vista spirituale, il Kriya Yoga è finalizzato a risvegliare la coscienza divina nell’individuo, portandolo a sperimentare stati di super-coscienza (samādhi). La pratica regolare induce infatti una sempre maggiore interiorizzazione: il respiro diventa calmo fino a sospendersi spontaneamente (kevala kumbhaka), segno che l’energia vitale si è ritirata dagli organi dei sensi per risalire verso i centri superiori. In questo stato, lo yogi prova di essere sostenuto direttamente dall’energia cosmica: «una perfetta calma è stabilita, tutti i movimenti interni ed esterni cessano, il kriyaban percepisce un’irradiazione di fresca energia che sostiene ogni cellula dall’interno; allora lo stato di assenza di respiro diventa stabile». Yogananda descrive così il processo: lo yogi che pratica il Kriya «satura e alimenta di luce incorruttibile tutte le cellule fisiche», fino a «rendere il respiro superfluo, senza produrre gli stati di sonno subconscio o d’incoscienza». In altre parole, il Kriya Yoga insegna come nutrire il corpo e la mente direttamente dell’energia vitale universale, trascendendo gradualmente la dipendenza dai processi fisiologici ordinari. Questo spiega perché nelle scritture yogiche si considera il respiro “un atto della mente” e il suo controllo come la chiave per dominare la coscienza. Quando la forza vitale non è più dis-persa nei sensi esteriori ma interiorizzata, la coscienza può espandersi oltre i limiti dell’ego individuale, sperimentando l’unione con il Sé superiore (Dio). Il Kriya Yoga, dunque, è stato definito da Yogananda come una “scienza del Sé”, un metodo per accelerare l’evoluzione spirituale: secondo la sua testimonianza, «mezzo minuto di Kriya equivale a un anno di evoluzione spirituale naturale». Questa pratica è ritenuta così potente che «mille Kriya praticati in otto ore danno allo yogi, in un solo giorno, l’equivalente di mille anni di evoluzione naturale… In tre anni, un Kriya Yogi può ottenere… lo stesso risultato che la natura consente di raggiungere in un milione di anni». Tale “scorciatoia” verso la coscienza cosmica – pur riservata a yogi molto avanzati – rivela la fiducia dei maestri nella straordinaria efficacia del Kriya Yoga nel trasformare l’essere umano.
Le tecniche del Kriya Yoga: la scienza sacra del respiro e dell’energia
Il Kriya Yoga si compone di una serie di tecniche yogiche di meditazione, centrate soprattutto sul prānāyāma (controllo dell’energia vitale attraverso il respiro). La tecnica fondamentale insegnata da Yogananda è il Kriya Pranayama, spesso chiamato semplicemente “il Kriya”. Essa consiste nel guidare con la mente il flusso del prana su e giù lungo la colonna vertebrale, seguendo il ritmo del respiro, e concentrandosi sui principali centri energetici (chakra). In pratica, durante l’inspirazione l’attenzione risale dalla base della colonna fino al punto tra le sopracciglia (chiamato Kutastha o “occhio spirituale”), durante l’espirazione l’attenzione discende nuovamente verso la base. Ad ogni “ciclo” si compie mentalmente un circuito completo lungo i sei centri spinali, collegando simbolicamente l’energia individuale con quella cosmica (come visto, i sei chakra sono associati ai dodici segni zodiacali, riflesso dell’Uomo cosmico). Spesso il praticante accompagna il movimento interiore con un mantra – ad esempio il suono sacro OM – ripetuto interiormente in ciascun chakra, per sintonizzarsi con la vibrazione cosmica. Ennio Nimis descrive il Kriya come un «sentiero mistico» che impiega «i migliori strumenti usati dai mistici di tutte le religioni. Esso consiste nel controllo del respiro (Pranayama), [nella] preghiera (Japa) e nel puro sforzo di entrare in sintonia con la Realtà Omkar». In questa prospettiva, la recitazione interiore di un nome divino o di una preghiera (Japa) durante gli esercizi di respirazione rende la tecnica non solo un esercizio “scientifico” di bioenergia, ma anche un atto devozionale di comunione con il Divino (la Realtà Omkar è il suono cosmico di OM, considerato manifestazione di Dio). Kriya Yoga unisce quindi scienza e spiritualità: è disciplina fisiologica e al contempo atto di amore verso Dio.
La pratica del Kriya Yoga viene di norma insegnata gradualmente. I discepoli principianti, dopo aver appreso tecniche preliminari di concentrazione (come la tecnica del Hong-Sau, per focalizzare la mente sul respiro naturale) e di interiorizzazione (meditazione sul suono OM, per sintonizzarsi con il suono interiore), iniziano a praticare il Kriya Pranayama per un numero moderato di cicli. Yogananda scrive che «il principiante del Kriya esegue il suo esercizio yogico soltanto da quattordici a ventotto volte, due volte al giorno». Ciò equivale a pochi minuti di respirazione meditativa al mattino e alla sera – un impegno sostenibile anche per chi conduce una vita lavorativa e familiare. Con l’esperienza, il numero di cicli può aumentare, ma è fondamentale la qualità della concentrazione più che la quantità. I maestri sottolineano infatti l’importanza di evitare ogni sforzo eccessivo: il progresso spirituale dev’essere armonioso. Lahiri Mahasaya, il grande yogi che per primo diffuse il Kriya Yoga in epoca moderna, consigliava ai suoi discepoli una pratica costante ma equilibrata, adattata alle capacità di ciascuno. Egli stesso affermò che alcuni yogi ottengono la liberazione in 12 o 24 anni di pratica diligente, altri necessitano di più tempo, ma nessuno sforzo sincero va perduto. Se un praticante muore prima di aver raggiunto la Realizzazione finale, porterà con sé il buon karma del suo impegno, che lo aiuterà a progredire rapidamente nella vita successiva. Questo incoraggia il discepolo a non scoraggiarsi e a confidare nei risultati a lungo termine della disciplina.
Oltre alla tecnica base del Kriya Pranayama, la tradizione prevede delle tecniche avanzate che vengono insegnate dopo che lo studente ha raggiunto una certa padronanza. Ad esempio, esiste il cosiddetto Secondo Kriya (insegnato in alcune scuole) in cui si introducono particolari movimenti della testa e la concentrazione dinamica su un chakra specifico. Una di queste tecniche avanzate è nota come Thokar, che comporta un gesto di abbassare il mento verso il petto concentrando intensamente l’energia nel centro del cuore. In una fase di espirazione controllata, il praticante “percuote” mentalmente il chakra cardiaco con l’energia, guidando la luce lungo la colonna vertebrale e «“perforando” uno dopo l’altro tutti i Chakra… aiutato dal canto mentale di OM». Si tratta di pratiche molto potenti, che richiedono preparazione e cautela: «il corpo dell’uomo medio è come una lampadina da 50 watt, che non può reggere i miliardi di watt… di una pratica eccessiva del Kriya», avverte Yogananda. Proprio per questo, la trasmissione delle tecniche avviene tipicamente tramite iniziazione da parte di un insegnante qualificato (guru) o attraverso lezioni autorizzate (come le SRF Lessons), assicurando che il discepolo progredisca in modo sicuro e graduale. Yogananda definì il Kriya Yoga «un semplice metodo psico-fisiologico mediante il quale il sangue umano viene depurato dall’anidride carbonica e ricaricato di ossigeno. Gli atomi di questo ossigeno supplementare vengono trasformati in corrente vitale per rigenerare il cervello e i centri spinali». Questa descrizione evidenzia il carattere scientifico della tecnica, che agisce sui processi fisiologici profondi per trasmutarli in esperienza spirituale. Si ritiene nei circoli yogici che mediante il Kriya avanzato gli yogi possano addirittura rallentare il decadimento dei tessuti corporei e mantenere il corpo intriso di energia vitale, tanto che Yogananda suggerisce come «gli yogi progrediti tramutano le proprie cellule in pura energia». Egli arriva ad annoverare Gesù Cristo, il profeta Elia, Kabir e altri santi tra i maestri del Kriya (o di tecniche affini) che permisero loro di manifestare fenomeni miracolosi, come la materializzazione e smaterializzazione del corpo a volontà. Queste affermazioni, per quanto straordinarie, sottolineano la convinzione di Yogananda che le leggi spirituali alla base del Kriya Yoga siano universali, presenti in forme simili in diverse tradizioni sacre.
I Dieci Comandamenti Yogici: Yama, Niyama e principi etici della SRF
Ogni autentico percorso di yoga si fonda su una solida etica spirituale. Paramhansa Yogananda spesso richiamava i suoi discepoli all’importanza di una vita pura e virtuosa, in armonia con gli ideali universali insegnati dallo yoga classico. Nei Yoga Sutra di Patanjali – testo fondamentale dello Yoga – i primi due gradini del sentiero sono gli Yama e Niyama, ossia le astensioni e le osservanze etiche che il ricercatore deve rispettare. Yogananda si riferiva a queste dieci norme morali come ai “Dieci Comandamenti Yogici”, evidenziando il parallelo con i comandamenti religiosi dell’Occidente ma declinandoli in termini di disciplina interiore. Secondo Autobiografia di uno Yogi, «i primi due passi, yama e niyama, richiedono l’adesione a dieci norme morali, suddivise, rispettivamente, in astensioni e osservanze». Esse includono:
- Ahimsa (Non-violenza): astenersi dal recare danno agli altri (coltivare la gentilezza e la compassione).
- Satya (Veridicità): astenersi dalla menzogna (coltivare la sincerità e l’integrità).
- Asteya (Onestà): astenersi dal furto e dalla disonestà.
- Brahmacharya (Continenza/Moderazione): astenersi dagli eccessi dei sensi e dalle intemperanze (vivere con moderazione ed equilibrio delle energie, anche sessuali).
- Aparigraha (Non-attaccamento): astenersi dall’avidità e dal ricevere doni indiscriminatamente (evitando l’accumulo materialistico e i vincoli di obbligazione).
- Shaucha (Purezza): purezza del corpo, del cuore e della mente.
- Santosha (Contentezza): coltivare la contentezza e la gratitudine in ogni circostanza.
- Tapas (Autodisciplina): praticare l’autodisciplina, l’ascesi e l’impegno intenso sul sentiero spirituale.
- Svadhyaya (Studio di sé): studio delle verità spirituali e introspezione sul proprio comportamento (autoanalisi e studio delle Scritture).
- Ishvara Pranidhana (Devozione a Dio): arrendersi con devozione a Dio, dedicando ogni azione al Divino.
Questi dieci principi etici dello Yoga costituiscono il fondamento morale sul quale si erge la pratica del Kriya Yoga e, più in generale, la filosofia della Self-Realization Fellowship. Vivere secondo gli ideali di non violenza, sincerità, moderazione, generosità, purezza, contentezza, autodisciplina, studio spirituale e devozione crea l’armonia interiore necessaria per il progresso meditativo. Yogananda insegnava che la realizzazione del Sé richiede non solo tecniche, ma anche una trasformazione del carattere: mente, corpo e anima devono allinearsi con la verità universale. Allo stesso tempo, la pratica yogica profonda aiuta naturalmente a sviluppare queste qualità. Come osserva il Kriyaban Ennio Nimis, mentre molte scuole presentano Yama e Niyama come prerequisiti per ricevere l’iniziazione, un discepolo saggio capisce che essi vanno considerati anche come «conseguenze di una pratica corretta dello Yoga». In altre parole, man mano che si avanza sul sentiero spirituale, si scopre che virtù come la non-violenza, la sincerità o la purezza fioriscono spontaneamente nel proprio comportamento, riflesso dell’elevazione della coscienza. Ad esempio, grazie alla meditazione il praticante diventa naturalmente meno incline alla collera o all’inganno, perché sperimenta una pace ed una gioia interiori tali da non desiderare di recare danno o falsità. Yogananda affermava che “la virtù è la salute dell’anima”: coltivando gli ideali yogici la nostra anima ritrova il suo stato armonioso originale. Nella SRF, questi principi guida vengono inculcati non come dogmi imposti, ma come strumenti pratici di crescita: ai discepoli è insegnato a applicare la non-violenza nelle relazioni quotidiane, la contentezza di fronte alle sfide della vita, la devozione in ogni pensiero e azione. In questo modo l’etica yoga cessa di essere un elenco astratto di regole e diventa uno stile di vita consapevole, che sostiene e potenzia la pratica meditativa.
Nella vita quotidiana: il Kriya Yoga come strumento di trasformazione interiore
Una delle promesse più affascinanti degli insegnamenti di Yogananda è che il Kriya Yoga e i principi spirituali associati possano migliorare concretamente la vita di tutti i giorni. Lungi dall’essere una disciplina ascetica riservata a monaci isolati dal mondo, il Kriya Yoga è pensato per essere integrato nella vita dell’uomo moderno – famiglia, lavoro, responsabilità sociali comprese – al fine di portare maggiore equilibrio, pace e realizzazione in ogni ambito.
Dal punto di vista del benessere mentale, la pratica quotidiana della meditazione Kriya agisce come un potente antidoto allo stress e all’ansia. Anche dedicare pochi minuti, mattina e sera, al silenzio interiore consente di ricaricare la mente e ridurre le tensioni accumulate. Il respiro calmo e ritmico del pranayama influisce direttamente sul sistema nervoso, inducendo uno stato di rilassamento profondo e chiarezza mentale. Ciò si traduce in una mente più focalizzata e serena durante la giornata: maggiore concentrazione sul lavoro o nello studio, memoria più lucida e capacità di decisione migliorata. Molti praticanti riferiscono che, grazie alla meditazione, diventano meno reattivi e distratti – la “scimmia” della mente si quieta – e riescono a mantenere l’attenzione sul presente con più facilità. Questo incremento della consapevolezza migliora la produttività ma anche la qualità dell’esperienza: ci si accorge di più dei dettagli, si ascolta meglio gli altri, si gode con pienezza delle piccole gioie quotidiane.
Sul piano del benessere emotivo, il Kriya Yoga aiuta a coltivare uno stato di equilibrio e positività. Praticando regolarmente, si nota una graduale diminuzione di emozioni distruttive come rabbia, paura, gelosia, che vengono neutralizzate dall’interno prima ancora di esplodere. Quando sorgono turbamenti, le tecniche di respirazione e concentrazione apprese forniscono strumenti immediati per riequilibrare le emozioni: ad esempio, fare qualche ciclo di respirazione profonda Kriya in un momento di agitazione può dissipare l’ansia in modo più efficace di tante soluzioni esteriori. Inoltre, gli insegnamenti della SRF invitano a trasformare le emozioni attraverso la devozione: canalizzando sentimenti come l’amore, l’entusiasmo, perfino il dolore, verso il Divino, lo yogi li sublima in sentimenti spirituali. La contentezza (santosha) aiuta a mantenere un atteggiamento di gratitudine anche nelle avversità, riducendo la tendenza alla lamentela e alla depressione. L’autodisciplina (tapas) rafforza la volontà, permettendo di non farsi travolgere dagli alti e bassi emotivi. In sostanza, grazie alla pratica yogica la persona diventa emotivamente centrata: più paziente, gioiosa senza motivo esteriore, capace di affrontare serenamente anche situazioni difficili. Come recita un noto verso della Bhagavad Gita citato da Yogananda, «anche solo una piccola pratica di questa religione [interiore] ti salverà da grandi paure e colossali sofferenze». Ciò significa che persino un minimo sforzo quotidiano nel Kriya Yoga può alleviare enormemente le ansie e i dolori esistenziali che affliggono l’uomo moderno, donandogli una prospettiva più ampia e fiduciosa.
Anche le relazioni interpersonali beneficiano profondamente di questi insegnamenti. Applicare l’ideale di ahimsa (non-violenza) nelle comunicazioni quotidiane porta a interazioni più armoniose: si diventa più empatici, meno propensi a giudicare o ferire gli altri con parole e azioni. La sincerità (satya) rafforza la fiducia reciproca nelle relazioni familiari e professionali. Coltivare la compassione e vedere il divino in ogni essere – come suggerito dalla filosofia di Yogananda – aiuta a superare conflitti e incomprensioni, perché si impara a mettersi nei panni altrui e a perdonare. Molti scoprono che, man mano che progrediscono nella meditazione, sviluppano una sorta di calma contagiosa: il loro equilibrio interiore influenza positivamente l’ambiente circostante. Ad esempio, un genitore che medita regolarmente sarà più paziente e amorevole con i figli; un manager spiritualmente centrato saprà guidare il suo team con equanimità e comprensione, riducendo lo stress sul posto di lavoro. Inoltre, Yogananda incoraggiava a iniziare la giornata con la preghiera e la affermazione positiva, e a saturare la mente di pensieri elevanti: questo crea un’atmosfera mentale che innalza anche chi ci sta vicino. Non da ultimo, il principio di servizio (spesso enfatizzato dalla SRF) sprona a vedere il proprio lavoro e doveri quotidiani come servizio a Dio nell’umanità – un cambio di prospettiva che può rendere significative anche le attività ordinarie e migliorare il modo in cui ci rapportiamo agli altri (con più umiltà, dedizione e entusiasmo).
In sintesi, il Kriya Yoga integrato nella vita quotidiana diventa un percorso di trasformazione olistica. Non si tratta solo di meditare isolandosi dal mondo, ma di portare la luce e la calma sperimentate in meditazione in ogni aspetto dell’esistenza: dalla gestione dello stress alla creatività nel lavoro, dalla salute fisica (che migliora grazie al rilassamento e all’energia vitale accresciuta) fino alla crescita personale e spirituale continua. Yogananda parlava di “arte di vivere” ispirata allo Yoga: insegnava tecniche per l’evoluzione integrale dell’uomo – corpo, mente, anima – affinché ogni individuo potesse realizzare il proprio potenziale divino restando pienamente impegnato nel mondo. Il messaggio è di straordinaria attualità: in un’epoca frenetica e materialista, dedicare tempo al silenzio interiore e ai valori spirituali non è una fuga, ma un modo per vivere in modo più autentico e per contribuire con maggiore positività alla società.
Oriente e Occidente in armonia: il misticismo yoga e la devozione cristiana
Uno degli aspetti più affascinanti della visione di Yogananda – e una chiave del suo successo in Occidente – è la sintesi che egli propose tra il misticismo dell’Oriente e la fede dell’Occidente. Yogananda era convinto che alla base di tutte le grandi religioni vi fosse un’unica verità, e che le differenze esteriori fossero secondarie rispetto all’unità fondamentale dell’esperienza di Dio. Sin dal suo arrivo in America nel 1920, egli tenne conferenze dal titolo significativo come “La scienza della religione”, sostenendo che «la religione è universale ed è una… si può rendere universale l’elemento comune a ogni religione e chiedere a tutti di seguirlo e rispettarlo». Questo elemento comune è l’esperienza diretta di Dio tramite la meditazione e l’amore divino – un’esperienza che trascende i dogmi e i rituali di qualsiasi credo.
Nella Self-Realization Fellowship, Yogananda creò un ambiente in cui Cristo e Krishna “sedevano sullo stesso altare”. Nei templi della SRF (che egli chiamò significativamente “Church of All Religions”, Chiesa di tutte le religioni) vengono onorati sia i grandi guru dello Yoga (Krishna, Buddha, Babaji, Lahiri, Sri Yukteswar, lo stesso Yogananda) sia figure come Gesù Cristo e San Francesco. Questo perché Yogananda vedeva in Gesù un satguru, un maestro realizzato equivalente ai grandi avatar dell’India. Nei suoi scritti – ad esempio nell’opera L’eterna ricerca dell’uomo e soprattutto nel commentario Il Vangelo come lo ha spiegato Paramhansa Yogananda – egli interpreta le scritture cristiane in chiave yoga, rivelando profonde somiglianze tra gli insegnamenti di Gesù e quelli di Patanjali o del Bhagavad Gita. Ad esempio, l’“occhio singolo” di cui parla Gesù (“Se dunque il tuo occhio è singolo, tutto il tuo corpo sarà pieno di luce” – Matteo 6:22) viene spiegato come il Kutastha o terzo occhio della tradizione yogica; la “seconda venuta” di Cristo è intesa non come un evento esterno bensì come la risurrezione della Coscienza Cristica all’interno di ciascuna anima che raggiunge la realizzazione. Questa lettura mistica del Cristianesimo permise a molti occidentali di riscoprire la propria fede sotto una nuova luce, più interiore e universale.
Yogananda propose dunque un connubio inedito: da un lato le tecniche scientifiche di meditazione dello Yoga (come il Kriya Yoga), dall’altro la devozione e la grazia tipiche della via di fede occidentale. Egli stesso pregava ardentemente Cristo e la Divina Madre, oltre a meditare per ore in profonda immobilità yogica. Inculcò nei discepoli l’amore per Gesù tanto quanto quello per Krishna. In una sua poesia celebre, “La Samadhi di Cristo e Krishna”, egli immagina i due avatar – il Cristo dell’Occidente e il Krishna dell’Oriente – uniti in estasi nella stessa realizzazione di Dio. Questa visione di unità non era sincretismo superficiale, ma l’affermazione che la Verità è una, e che i santi di ogni tradizione attingono alla stessa vetta di Coscienza divina.
Un supporto a questa idea Yogananda lo trovò nelle proprie visioni e nella tradizione del Kriya stesso. Si narra, infatti, che il misterioso maestro immortale Mahavatar Babaji – colui che riscoprì il Kriya Yoga nell’Ottocento – operi in stretta comunione con Gesù Cristo. Yogananda scrive: «Il Mahavatar [Babaji] è in comunione costante con Cristo; insieme essi emanano vibrazioni di redenzione e hanno predisposto la tecnica spirituale di salvezza adatta all’epoca attuale». In altre parole, Kriya Yoga viene presentato come dono congiunto d’Oriente e Occidente per questa era: una tecnica di liberazione spirituale voluta sia dallo yogi indiano Babaji che dallo spirito del Cristo. «L’opera di questi due maestri pienamente illuminati… è quella di ispirare le nazioni a rinunciare alle guerre suicide, agli odi razziali, al settarismo religioso e ai mali del materialismo» – un chiaro richiamo all’esigenza di superare le barriere che dividono l’umanità. Babaji, consapevole delle sfide della modernità e «della complessità della civiltà occidentale», riconobbe la necessità di diffondere i metodi di auto-liberazione dello Yoga tanto in Occidente quanto in Oriente. Yogananda considerava se stesso l’incaricato di questa missione: portare il Kriya Yoga in occidente e allo stesso tempo risvegliare l’Oriente all’importanza di uno spirito pratico occidentale. Spesso dichiarò che voleva essere “il ponte tra la spiritualità orientale e il progresso occidentale”.
Un esempio tangibile di questo ponte fu la creazione, in America, di comunità dove persone di ogni fede potevano praticare insieme meditazione e pregare secondo le proprie tradizioni. Nel 1943 Yogananda inaugurò a San Diego la Self-Realization Church of All Religions, un luogo di culto interconfessionale. Egli insegnò canti devozionali indiani (bhajan) così come inni cristiani, mostrando che la vibrazione della devozione è la medesima. Invitava i suoi studenti occidentali a venerare Cristo e i suoi studenti indiani a comprendere la saggezza universale del Cristo oltre i confini dogmatici. In sostanza, Yogananda propose una spiritualità universale: la combinazione dell’esperienza interiore (mediante il Kriya Yoga e la meditazione) e dell’amore divino (mediante la preghiera e la devozione) conduce alla stessa meta, la comunione con Dio. Questo messaggio risuonò potentemente nel cuore di molti occidentali perché permetteva loro di arricchire la propria tradizione di origine invece di abbandonarla: un cristiano poteva rimanere tale, imparando però a meditare come uno yogi; un non credente poteva avvicinarsi al “Dio della gioia e della luce” sperimentandolo interiormente, al di là di credenze imposte. Come scrisse il grande poeta indiano Tagore dopo aver incontrato Yogananda: “Lei porta la pace ovunque vada”. Quella pace era il frutto dell’unità fra Oriente e Occidente che egli viveva dentro di sé.
L’eredità del Kriya Yoga: dal lignaggio dei maestri alla missione della SRF
Il Kriya Yoga e gli ideali della Self-Realization Fellowship affondano le proprie radici in un lignaggio spirituale illustre e in una storia affascinante che collega l’India all’Occidente. Per comprendere a fondo la portata di questi insegnamenti, è utile conoscere le figure chiave che hanno trasmesso la fiamma del Kriya attraverso le generazioni.
Al vertice della genealogia del Kriya Yoga moderno troviamo il misterioso Mahavatar Babaji. Secondo il racconto di Yogananda (riportato in Autobiografia di uno Yogi), Babaji è un maestro immortale che vive sulle vette dell’Himalaya, avendo raggiunto una completa padronanza del corpo e dello spirito. Fu lui, nella metà del XIX secolo, a dare nuovo slancio al Kriya Yoga quando questa scienza era andata perduta “nelle Epoche Oscure”. Babaji iniziò nel 1861 un umile contabile bengalese di nome Lahiri Mahasaya (Shyama Charan Lahiri), dandogli l’incarico di insegnare il Kriya al mondo. La straordinaria storia di quell’incontro – Lahiri fu guidato “per caso” ai piedi di Babaji sui monti – è narrata come un evento quasi biblico: Babaji materializzò per Lahiri un palazzo d’oro nell’Himalaya e lì lo iniziò con rito sacro al Kriya, dicendogli «attraverso il Kriya Yoga entri nel regno di Dio». Alla fine di quella notte memorabile, Lahiri chiese a Babaji il permesso di insegnare il Kriya anche a persone comuni, non solo a monaci rinunciatari. Colpito dalla compassione di Lahiri per “gli uomini e le donne del mondo, torturati dalla triplice sofferenza”, Babaji acconsentì: «Dona liberamente il Kriya a tutti coloro che umilmente chiedono aiuto», proclamò, citando poi un verso della Gita per cui “anche un po’ di pratica dello Yoga salva da grandi timori”. Fu una svolta epocale: dopo secoli di segretezza, il Kriya Yoga veniva aperto all’umanità intera.
Lahiri Mahasaya (1828-1895) divenne così il pioniere del Kriya Yoga per l’epoca moderna. Viveva a Varanasi, la città santa sul Gange, svolgendo apparentemente una normale vita di famiglia e lavoro (era sposato con figli e impiegato come funzionario). Eppure, nella quiete della sua casa, egli meditava profondamente per ore e riceveva cercatori spirituali di ogni ceto e fede, iniziandoli al Kriya Yoga. La sua vita dimostrò che è possibile conciliare gli obblighi mondani con la più alta realizzazione spirituale – per questo è detto “lo yogi della porta accanto”. Le cronache riportano numerosi miracoli attorno a Lahiri, ma lui enfatizzava soprattutto la trasformazione interiore: predicava l’importanza di praticare il Kriya con costanza e devozione per purificare il cuore e ottenere la comunione con Dio. Era noto per la sua benevolenza e modestia; chiamava tutti “miei figli” ed esortava all’amore divino. Si deve a Lahiri la rinascita della perduta arte del Kriya nel mondo moderno. Grazie a lui, migliaia di persone tra il tardo ‘800 e i primi del ‘900 poterono conoscere e praticare questa sadhana. Tra i suoi discepoli vi furono santoni asceti ma anche medici, avvocati, madri di famiglia – segno che il Kriya era destinato a chiunque fosse sincero, indipendentemente dallo stile di vita.
Uno dei più illustri allievi diretti di Lahiri Mahasaya fu Swami Sri Yukteswar Giri (1855-1936). Sri Yukteswar, originario del Bengala, era un erudito e un santo dotato di straordinaria saggezza e discernimento. Fu proprio Babaji, durante un incontro con Yukteswar al Kumbha Mela (grande raduno spirituale in India), a istruirlo di preparare un discepolo destinato a diffondere il Kriya in Occidente – quel discepolo sarebbe stato Paramhansa Yogananda. Yukteswar, uomo dal carattere forte e dall’intelletto penetrante, unì in sé scienza e spiritualità: oltre a essere un maestro di yoga, era astronomo e studioso della Bibbia e dei testi vedici. Nel suo libro La Scienza Sacra (The Holy Science) egli traccia paralleli sorprendenti fra i Vangeli e gli shastra dell’India, mostrando l’unità tra la visione di Cristo e quella yogica. Sri Yukteswar incarnò l’aspetto del guru come guida saggia e severa: quando il giovane Yogananda (allora chiamato Mukunda) divenne suo allievo nell’ashram di Serampore, ricevette da lui un rigoroso addestramento interiore. Yukteswar enfatizzava la verità sopra ogni cosa: sradicava l’ego e le debolezze dei discepoli con amore ma senza indulgenze, affinché potessero risplendere della luce dell’anima. Yogananda scrisse di lui: “Il mio Guru era forte, immancabilmente giusto, divinamente saggio; attraverso di lui soffia il fresco alito di Dio, che risana le nostre afflizioni”. Sri Yukteswar insegnò a Yogananda le tecniche del Kriya e lo preparò alla missione mondiale. Quando Yogananda lasciò l’India nel 1920, Yukteswar gli diede il suo pieno benestare e le sue benedizioni per portare la “luce del Kriya” in Occidente.
Paramhansa Yogananda (1893-1952) è dunque l’anello di congiunzione che completa questa catena spirituale: da Babaji a Lahiri Mahasaya, da Lahiri a Sri Yukteswar, e da Yukteswar a Yogananda. La Self-Realization Fellowship, fondata da Yogananda in America nel 1920, è l’organizzazione attraverso cui egli diffuse gli insegnamenti del Kriya Yoga nel mondo. Arrivato negli Stati Uniti a soli 27 anni, con poca conoscenza della lingua inglese ma con una fede incrollabile nella provvidenza, Yogananda iniziò la sua opera tenendo conferenze in sale affollate da New York a Los Angeles, affascinando il pubblico con la sua profonda gioia, gli occhi scintillanti e i suoi poteri spirituali (si dice fosse in grado di entrare istantaneamente in samadhi e di far percepire la presenza di Dio agli astanti). Nel 1925 stabilì il quartier generale della SRF sul Monte Washington a Los Angeles, che divenne un vero ashram dove centinaia di persone venivano a imparare a meditare. Negli anni ’30 scrisse le Self-Realization Lessons, un corso per corrispondenza tramite cui chiunque poteva apprendere a casa le tecniche di Yogananda (dalle basi fino al Kriya Yoga stesso). La pubblicazione dell’Autobiografia di uno Yogi nel 1946 segnò un punto di svolta: il libro rivelò al grande pubblico occidentale, con stile avvincente e ispirante, l’intero panorama del Kriya Yoga e della spiritualità dell’India, rendendo familiari nomi come Babaji, Lahiri Mahasaya e Sri Yukteswar. Milioni di lettori – tra cui grandi scienziati, artisti, persino personaggi come Steve Jobs decenni dopo – trovarono in quelle pagine una nuova visione della vita e dello scopo dell’esistenza. Yogananda trascorse oltre 30 anni in Occidente, creando centri della SRF in molte città (San Diego, Boston, Washington D.C., ecc.) e viaggiando instancabilmente per “far bere a tutti questo vino divino” del Kriya.
Oggi la Self-Realization Fellowship/Yogoda Satsanga Society (nome della sede in India) continua la sua opera sotto la guida dei successori spirituali di Yogananda. Le lezioni di Kriya Yoga vengono tuttora impartite a migliaia di nuovi studenti ogni anno, mantenendo vivo il lignaggio. Così, l’onda iniziata con Lahiri Mahasaya non si è fermata: ha raggiunto e trasformato la vita di innumerevoli persone in tutto il globo. L’eredità del Kriya Yoga è quella di una scienza universale dello spirito, capace di parlare a uomini e donne di qualsiasi cultura. Come disse Yogananda, “la Verità è per tutti”. Egli sognava una “fratellanza mondiale” unita dalla realizzazione del Sé: un mondo in cui ognuno, attraverso pratiche come il Kriya Yoga e vivendo i valori più alti, possa scoprire la propria essenza divina e vedere quella stessa divinità in tutti gli altri. Questo sogno – ispirato dall’antica saggezza yogica e nutrito dall’amore cristico – rimane forse il contributo più prezioso che la Self-Realization Fellowship e il Kriya Yoga offrono alla società contemporanea. In definitiva, il Kriya Yoga rappresenta un ponte dorato tra Oriente e Occidente, tra scienza e religione, tra pratica e devozione, che conduce l’umanità verso un futuro di maggiore consapevolezza, armonia e illuminazione spirituale.