
Siamo davvero, come diceva il filosofo stoico Epitteto, “una piccola anima che porta in giro un cadavere”? La domanda provoca una riflessione antica e sempre attuale: chi guida davvero la nostra vita, la mente o il corpo? Ci percepiamo come menti in movimento che portano in giro un corpo, oppure come corpi in movimento accompagnati da una mente? In altre parole, qual è il soggetto che percepisce e decide il movimento, e chi è invece il gregario che segue?
Quando diciamo “vado al lavoro, faccio la spesa, viaggio”, chi è veramente che “va”? È il corpo fisico che si sposta nello spazio, o è la mente – la nostra coscienza – a condurre il corpo come un automobilista alla guida della sua auto? L’esperienza quotidiana di vivere, camminare, agire appartiene al corpo o alla mente? E soprattutto, qual è il fine di tutto questo movimento incessante nella nostra vita? Solo l’esperienza in sé? E qual è allora il fine ultimo dell’esperienza stessa? Sono interrogativi profondi, che toccano la natura dell’essere umano e il suo scopo nella vita.
Nel corso della storia, filosofi, mistici e scienziati si sono confrontati su questo dualismo apparente tra mente e corpo. Comprendere chi siamo realmente – se principalmente mente o corpo – non è un esercizio astratto, ma ha implicazioni pratiche enormi per la qualità della nostra vita.
Antiche saggezze sulla relazione mente-corpo
L’idea che la mente (o anima) sia il vero soggetto dell’esistenza, e il corpo un suo veicolo, compare in molte tradizioni. Abbiamo visto il drastico aforisma di Epitteto, ripreso poi dall’imperatore-filosofo Marco Aurelio: “Sei una piccola anima che porta in giro un cadavere”. Questa immagine forte sottolinea la natura peritura del corpo materiale (“destinato alla polvere”) e la superiorità della dimensione animica. Per gli Stoici, ciò che conta davvero è la nostra anima razionale e la virtù che esercita, mentre il corpo è indifferente, quasi un ingombro da gestire con equilibrio.
In modo simile, nelle filosofie dell’India antica troviamo celebri allegorie che descrivono il rapporto tra Sé interiore e corpo. La Katha Upanishad, testo risalente a oltre 2000 anni fa, paragona l’essere umano a un carro: “Sappi che l’Ātman (il Sé, lo spirito) è il vetturino, e il corpo è il carro. Sappi che l’intelletto è il cocchiere e la mente le redini”. In questa metafora, i sensi sono i cavalli che trainano il carro, e gli oggetti dei sensi sono la strada su cui corrono. Solo un intelletto saldo può governare bene i sensi tramite le redini della mente, guidando il carro (corpo) verso la meta; diversamente, i cavalli impazziti trascineranno il carro fuori strada (su questo argomento avevo già scritto un articolo che puoi leggere qui). Il messaggio è chiaro: il nostro vero Sé spirituale deve assumere il ruolo di guida, utilizzando mente e intelletto per condurre il corpo. Si tratta di un insegnamento simbolico, ma potentissimo, sulla necessità di disciplinare il corpo e la mente affinché lavorino in armonia verso il fine ultimo (la realizzazione, “la meta del viaggio” nel linguaggio dell’Upanishad).
Anche nella tradizione occidentale cristiana troviamo l’idea del corpo come strumento o tempio dell’anima. San Francesco d’Assisi, ad esempio, chiamava il proprio corpo “Frate Asino”, con un misto di severità e affetto. L’asino è un animale umile, testardo ma prezioso per il lavoro: così Francesco vedeva il corpo, un compagno di viaggio un po’ grossolano che va tenuto a bada e anche rispettato per il servizio che rende. Si narra che verso la fine della vita egli abbia chiesto perdono al suo corpo, riconoscendo di averlo strapazzato troppo con penitenze e austerità. Questo aneddoto ci insegna equilibrio: il corpo non va idolatrato né assecondato in ogni capriccio, ma nemmeno disprezzato – è un “asino” che ci porta in giro, e grazie al quale possiamo compiere il nostro cammino terreno, persino realizzare scopi elevati (come l’asino biblico che portò Gesù a Gerusalemme).
Del resto, proprio il Nuovo Testamento enfatizza che l’essere umano ha una dimensione più alta rispetto al solo corpo. “Non di solo pane vivrà l’uomo” dice Gesù, indicando che abbiamo bisogni spirituali oltre a quelli materiali. E San Paolo scrive ai Corinzi: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo… glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1Cor 6,19-20). Il corpo dunque come tempio: sacro perché ospita lo Spirito, ma sempre un contenitore, non la fonte ultima della vita.
Forse la frase più incisiva viene dalle parole attribuite a Pierre Teilhard de Chardin, pensatore gesuita del XX secolo: “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale; siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”. In questa prospettiva rovesciata, la nostra vera identità è lo spirito (la coscienza, l’anima, la mente superiore) e la vita terrena con il corpo è un viaggio temporaneo, un’esperienza fra le tante possibili. Questa visione, condivisa da molte correnti spirituali, sposta l’accento sulla centralità della mente/anima: il corpo diventa lo strumento tramite cui lo spirito fa esperienza nel mondo materiale.
Mente sopra materia: il potere della mente sul corpo
Se la mente (o lo spirito) è il “pilota” e il corpo il “veicolo”, ne consegue che la mente esercita un’influenza enorme sul corpo. Molte tradizioni ci invitano a considerare quanto i nostri pensieri, credenze e stati d’animo possano condizionare la salute fisica e la qualità della vita corporea.
Il maestro yogi Paramahansa Yogananda, celebre autore di Autobiografia di uno Yogi, insisteva sul non identificarsi con le limitazioni del corpo. Egli suggeriva di ripetersi interiormente un’affermazione potente: “Io sono l’Infinito divenuto il corpo. Il corpo, in quanto manifestazione dello Spirito, non è altro che Spirito eternamente giovane”. In altre parole, la nostra essenza è infinita e immortale, e il corpo è solo uno stato transitorio di quello Spirito. Yogananda insegnava a non suggestionare negativamente la mente con pensieri di malattia, vecchiaia e morte, perché la mente accetta queste limitazioni e le trasforma in realtà fisica. Al contrario, mantenendo ferma la convinzione di essere energia spirituale eterna, si può influenzare positivamente anche il corpo, mantenendolo più sano e vitale.
Questo concetto è condiviso dal suo guru, Swami Sri Yukteswar. Egli ammoniva con parole incisive: “Il corpo è un amico sleale. Dagli quel che gli è dovuto, non di più… Il dolore e il piacere sono transitori;… L’immaginazione è la porta attraverso la quale entrano sia la malattia sia la guarigione. Rifiuta di credere alla realtà della malattia, anche quando sei ammalato; un visitatore mal accolto si darà alla fuga.”. In questo consiglio c’è un’anticipazione di ciò che oggi chiamiamo effetto placebo e potere psicosomatico: la mente può aprire la porta sia ai disturbi che alla guarigione. Suggerendo che il corpo sia “sleale”, Yukteswar intende dire che non dobbiamo lasciare che sensazioni e impulsi corporei (che spesso cercano piacere immediato o temono il dolore) dettino legge alla nostra vita spirituale; bisogna piuttosto trattare il corpo con misura e affidarsi alla mente/coscienza per attingere a risorse di guarigione e forza interiore.
Anche il Buddha, 2500 anni fa, sottolineava la supremazia della mente nel plasmare l’esperienza: “Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che pensiamo”. La psicologia buddhista insegna che i pensieri creano la realtà percepita: se la mente coltiva pensieri negativi, la nostra realtà sarà intrisa di sofferenza; se coltiva pensieri puri e positivi, sperimenteremo pace e gioia. Questo si riflette sul corpo: pensieri di rabbia o paura prolungati attivano reazioni fisiologiche di stress, mentre pensieri di calma e compassione inducono rilassamento e benessere fisico.
La scienza moderna ha ormai abbandonato la rigida separazione mente-corpo propria del cartesiano “cogito ergo sum”. Oggi si parla di psicosomatica e di approccio olistico: mente e corpo formano un unico sistema integrato, in comunicazione costante. Le emozioni e gli stati mentali attivano precise risposte biologiche. Ad esempio, situazioni di stress cronico o depressione non rimangono confinate “nella testa”, ma indeboliscono il sistema immunitario e possono contribuire a malattie cardiovascolari, ipertensione e altri squilibri fisici. Viceversa, coltivare stati mentali positivi e sereni ha effetti protettivi: studi clinici mostrano che pazienti affetti da malattie croniche recuperano meglio se sostenuti da ottimismo, speranza e supporto emotivo, rispetto a chi vive nella rassegnazione. In sostanza, la salute mentale è parte integrante della salute fisica, non un optional. Ce lo ricorda efficacemente la American Psychological Foundation: “mente e corpo non sono in competizione, ma compagni di squadra. Quando ci prendiamo cura di entrambi, abbiamo le migliori probabilità di restare sani, resilienti e integri.”.
Un esempio sorprendente del potere della mente sul corpo viene da uno studio condotto ad Harvard: ad un gruppo di cameriere d’albergo fu detto che il loro lavoro quotidiano di pulizia soddisfaceva i criteri dell’esercizio fisico raccomandato per mantenersi in forma. Quelle del gruppo di controllo, invece, non ricevettero questa informazione. Dopo sole 4 settimane, senza alcuna modifica effettiva dello stile di vita o dell’attività svolta, le cameriere consapevoli dei benefici del proprio lavoro mostrarono miglioramenti misurabili: perdita di peso, abbassamento della pressione sanguigna, riduzione del grasso corporeo e della circonferenza vita. In pratica, il semplice cambiamento di prospettiva mentale – considerare il proprio lavoro come ginnastica salutare – aveva innescato nel corpo cambiamenti analoghi a quelli di un allenamento. Questo risultato, spiegano i ricercatori, supporta l’idea che parte degli effetti benefici dell’esercizio fisico siano mediati anche dalle nostre credenze (“mindset”) e aspettative – un vero e proprio effetto placebo applicato allo stile di vita.
Alla luce di tutto ciò, appare sempre più fondato il principio: “Mens sana in corpore sano”, ma valido anche il viceversa – un corpo sano che supporta una mente sana. Mente e corpo si influenzano reciprocamente in un circolo continuo. La mente può essere considerata il timoniere, ma un timoniere efficace si prende anche cura della sua barca: ignorare i bisogni del corpo (riposo, nutrimento, movimento) significa sabotare anche la chiarezza e l’energia della mente.
“Essere maggiore” o “maggiore essere”: ego contro essenza
A questo punto, possiamo intuire che vi sono due modi fondamentali di orientare la propria vita, riprendendo una suggestione attribuita a Gesù: perseguire l’“essere maggiore” oppure il “maggiore essere”. Questa espressione giocosa (in italiano) distingue chi cerca di essere “più grande” agli occhi del mondo – alimentando l’ego, il desiderio di successo, potere, superiorità – da chi invece cerca di “essere di più” in senso interiore, cioè crescere come essere in qualità, saggezza e amore.
Il primo atteggiamento, quello di chi vuole essere il maggiore, è centrato sull’ego e sulla separazione: significa identificarsi principalmente con il proprio corpo e la personalità materiale, accumulando vantaggi per sé stessi. Gesù ammonisce che questa via porta infelicità e rovina spirituale: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8,36). Chi punta solo a primeggiare esternamente diventa schiavo di ambizioni insaziabili e paure (di perdere, di non essere abbastanza). Questo stato interiore apre le porte all’infelicità e persino al “male” – nel senso di comportamenti negativi e distruttivi, sia verso sé che verso il mondo. Non a caso, il Vangelo ribalta le logiche egoistiche affermando: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”. È un invito a vincere l’ego con l’umiltà e il servizio agli altri. Se inseguiamo solo il nostro tornaconto, finiamo vittime dell’ego; se invece dimentichiamo un po’ noi stessi nell’atto di servire un bene più alto, paradossalmente troviamo gioia e senso.
Il secondo atteggiamento, il “maggiore essere”, indica appunto il focalizzarsi sull’elevazione dell’anima e della coscienza. Qui il “movimento” non è accumulare di più, ma essere di più: più virtuosi, più consapevoli, più amorevoli. In termini spirituali, questo significa allinearsi con il bene, con i valori profondi. Gesù incarna questa via quando dice: “Chi si umilia sarà esaltato… Il più grande tra voi sia vostro servo”. All’apparenza si tratta di farsi “piccoli” nel mondo, ma in realtà si diventa grandi nell’essere – padroni di sé stessi, liberi dall’ego tirannico, aperti alla Grazia. Nella tradizione cristiana questo conduce ai frutti dello Spirito: carità, pace, pazienza, gioia… che sono tutti segni di autentica felicità interiore. Analogamente, nello Yoga o nel Buddhismo, l’abbandono dell’ego (o illusione del sé separato) porta a compassione, equanimità e illuminazione.
Dal punto di vista psicologico, potremmo dire che “essere maggiore” corrisponde a identificarsi con il personaggio che recitiamo nel mondo (ruoli sociali, status, immagine esterna), mentre “maggiore essere” significa identificarsi con il Sé profondo. Il personaggio-ego è sempre in competizione e teme di perdere qualcosa; il Sé autentico invece è orientato alla realizzazione di sé, che spesso implica creatività, connessione con gli altri, contributo. Non a caso la psicologia umanistica (Maslow, Rogers, Assagioli) insegna che la vera felicità sta nell’auto-realizzazione e nella trascendenza dell’ego, piuttosto che nella mera soddisfazione di bisogni materiali o di riconoscimento.
In pratica, come appare una vita guidata dall’ego rispetto a una guidata dallo spirito? La prima potrebbe essere quella di una persona che accumula beni, corre freneticamente per “arrivare primo”, ma soffre di stress, ansia, conflitti e magari problemi di salute psicosomatica. La seconda è la vita di chi magari esternamente è anche impegnato e attivo, ma interiormente mantiene un centro di pace: questa persona dedica tempo alla crescita interiore, alla meditazione o preghiera, coltiva gratitudine e condivisione, e i risultati si vedono in un volto sereno, in scelte etiche, in relazioni armoniose. Il corpo stesso riflette questa differenza: l’ego spesso spinge a trascurare il corpo (dormire poco, abusare di sostanze, sovralimentarsi per nervosismo) oppure all’opposto a idolatrarlo (ossessione per l’aspetto fisico, chirurgia estetica e diete insalubri per inseguire un ideale). Chi invece segue il principio spirituale lo tratta come un tempio: con rispetto, cura, ma senza identificarvisi totalmente. Questo equilibrio porta a uno stato di salute migliore e a una longevità attiva, come effetto collaterale di una vita interiormente ordinata.
La natura come specchio dello spirito
Un affascinante spunto di riflessione suggerisce: “ciò che la Natura fa, lo dice”. In altre parole, nei fenomeni naturali possiamo leggere insegnamenti simbolici sulla vita interiore. Se osserviamo la Natura, vediamo un incessante movimento pieno di significato. Il seme si muove germinando verso la luce, l’acqua scorre al mare, le stelle orbitano in perfetta armonia gravitazionale… Ogni movimento naturale esprime e “dice” qualcosa: la pianta che cresce dice che la sua finalità è la fioritura e la fruttificazione; il fiume che scorre dice che la vita è un flusso che cerca unità (il mare).
Allo stesso modo, possiamo chiederci: che cosa esprime il nostro continuo muoverci? Se la natura biologica dell’essere umano lo porta a camminare eretto, esplorare, trasformare l’ambiente, forse “ci dice” che il nostro destino è evolvere, andare oltre lo stato dato. Siamo creature in cammino, fisicamente e spiritualmente. Il fatto stesso che non possiamo stare fermi (persino a livello cellulare, siamo in costante ricambio) suggerisce che la vita è crescita e cambiamento.
La natura ci insegna anche l’equilibrio: per ogni attività c’è un periodo di riposo (il giorno e la notte, le stagioni attive e il letargo). Questo dice alla mente umana che non può pretendere di correre sempre: deve rallentare, ricaricarsi, ritirarsi in sé (come la natura in inverno) per poi rifiorire. Ascoltare i ritmi del proprio corpo è fondamentale: ad esempio, la stanchezza è la natura che ci dice “riposati”; la malattia a volte è il messaggio estremo che la natura invia quando ignoriamo troppo a lungo gli squilibri (come notava lo stesso Yukteswar: il corpo grida ciò che la mente non vuole ammettere). Rispettando questi messaggi – dormendo quando serve, nutrendoci in modo naturale quando abbiamo fame reale, muovendoci per il piacere innato del movimento – viviamo in maggiore armonia e preveniamo molti mali. Ciò che la natura fa, lo dice: ad esempio, guarire è un processo naturale (una ferita si rimargina da sola) e al contempo simbolico (ogni ferita dell’anima chiede di essere “rimarginata” con il tempo e la cura).
Perfino le nostre posture e azioni fisiche “parlano”: quando teniamo la schiena dritta e lo sguardo in alto, il nostro stato mentale cambia (ci sentiamo più vigili e fiduciosi); al contrario, spalle curve e respiro corto dicono tristezza o paura, e alimentano tali stati d’animo. Mente e corpo sono un linguaggio unico. Possiamo quindi imparare dalla natura del corpo per influire sulla mente. Non a caso discipline come lo yoga, il tai chi, la meditazione sul respiro utilizzano il movimento e la postura per raggiungere stati di coscienza più elevati. La natura corporea, se ben guidata, diventa essa stessa un veicolo di consapevolezza: ad esempio, facendo una passeggiata in mezzo al verde e respirando profondamente, il corpo si rilassa e dice alla mente di distendersi; allo stesso tempo, se la mente coltiva pensieri di gratitudine mentre camminiamo, dice al corpo di sciogliere le tensioni muscolari. Questo dialogo costante mente-corpo è la nostra “seconda natura” umana.
In sintesi, osservare la Natura ci offre metafore e indicazioni preziose: la ciclicità (giorno-notte) ci insegna l’importanza di attività e riposo; la resilienza degli ecosistemi ci ispira a cercare equilibrio tra lavoro e rigenerazione; la cooperazione simbiotica tra creature ci ricorda che anche dentro di noi la mente e il corpo devono cooperare, non combattersi. Quando mente e corpo si muovono insieme in armonia, l’essere umano realizza pienamente la sua natura e prova quel sentimento di connessione col Tutto che chiamiamo benessere o persino spiritualità. D’altronde, la parola ispirazione deriva da “inspirare”: il respiro, atto corporeo naturale, è collegato all’afflato dello spirito. Ciò che la natura fa, lo dice. Sta a noi ascoltare.
Applicazioni pratiche per la vita quotidiana
Dopo aver esplorato concetti elevati, è importante calarli nella realtà di tutti i giorni. Come possiamo usare queste idee – la mente che guida il corpo, l’equilibrio tra dimensione spirituale e materiale – per migliorare concretamente la nostra qualità di vita nel mondo moderno? Ecco alcuni spunti pratici:
- Coltivare la consapevolezza corporea: Spesso nella frenesia occidentale moderna viviamo “dalla testa in su”, dimenticandoci del corpo fino a quando non “urla” attraverso dolore o stanchezza. Iniziare pratiche come lo yoga o la mindfulness aiuta a ristabilire il contatto mente-corpo. Ad esempio, 10 minuti al giorno di meditazione sul respiro sono sufficienti per abbassare i livelli di stress fisico e mentale. La mindfulness insegna a scandagliare il corpo con l’attenzione (body scan) per cogliere i segnali precoci di tensione, emozione o bisogno fisiologico, in modo da rispondere con cura (pausa, stretching, idratazione, ecc.) prima che si sviluppino malesseri maggiori. Essere presenti nel corpo significa anche gustare di più la vita: un pasto consumato con consapevolezza – assaporando ogni boccone – migliora la digestione e dà più soddisfazione di uno sgranocchiato distrattamente davanti al computer.
- Ripensare l’atteggiamento verso la salute: Alla luce di quanto detto, la salute non è solo “assenza di malattia” ma uno stato di equilibrio dinamico. Possiamo diventare più attivi nel mantenerlo: praticare tecniche di visualizzazione e pensiero positivo per sostenere il processo di guarigione quando siamo malati, ad esempio, non è superstizione ma un complemento efficace alle cure mediche. Molti medici oggi riconoscono l’importanza dell’atteggiamento del paziente: chi è motivato a guarire, chi rimane sereno e combattivo, spesso recupera prima. Possiamo allenarci a questo attraverso piccole cose: se sentiamo un malessere, invece di cadere subito nello sconforto (“sto sempre male, non guarirò mai”), proviamo a “rispondere” mentalmente con fiducia (“questo passerà, il mio corpo sa guarire, posso aiutarlo riposando”). Ciò attiva sistemi neurochimici diversi rispetto alla disperazione, aiutando realmente il recupero.
- Equilibrio tra fare ed essere: Nel mondo occidentale moderno molti di noi sono intrappolati nella modalità del fare continuo (workaholism, iperconnessione, produttività a tutti i costi). Integrare momenti di semplice “essere” è fondamentale. Questo può voler dire dedicare tempo alla preghiera se siamo religiosi, o alla contemplazione in natura, oppure semplicemente a un hobby creativo fatto per puro piacere, non per raggiungere un obiettivo. Paradossalmente, questi spazi di “non-fare” ricaricano la mente e il corpo, rendendoci poi più efficaci quando torniamo all’azione. È il principio del riposo del sabato biblico o dello “yin e yang” orientale: l’alternanza di attività e riposo genera un tutto armonico. Chi prova ad ascoltare questo ritmo naturale (ad esempio staccando dal lavoro digitale la sera per consentire al cervello di rallentare prima di dormire) scoprirà di sentirsi meno ansioso e più lucido.
- Servizio e relazioni: Abbiamo visto che “essere maggiore” nel senso egoistico porta isolamento e stress, mentre “maggiore essere” implica connessione. Un modo pratico di spostarsi dall’ego alla propria essenza è impegnarsi in relazioni di qualità e atti di servizio. Ad esempio, fare volontariato qualche ora al mese, o anche solo aiutare un amico in difficoltà ascoltandolo con empatia, produce benefici misurabili su di noi: aumentano ormoni come l’ossitocina (il “ormone della connessione”), si riducono pressione sanguigna e cortisolo. La scienza conferma che aiutare gli altri aiuta noi stessi: in psicologia positiva si parla di “helper’s high”, una sorta di euforia del benessere che segue un atto gentile. Questo accade perché, dal punto di vista della nostra natura profonda, siamo esseri sociali e spirituali: quando agiamo in accordo con quella natura (altruismo, amore, unità), mente e corpo si allineano in uno stato di coerenza. Quante volte sperimentiamo malessere proprio perché siamo interiormente conflittuali o scollegati dagli altri? Coltivare uno scopo più grande del solo interesse individuale dà significato alle nostre azioni quotidiane – che sia crescere dei figli con amore, perseguire un’arte, insegnare, curare – e questo significato nutre la psiche. Come disse Viktor Frankl, avere uno scopo è ciò che permette di superare anche le avversità peggiori.
- Imparare dalla saggezza del corpo: In ultima analisi, ricordiamoci che il corpo non mente. Possiamo usare il corpo come bussola per capire se stiamo seguendo la strada giusta per noi. Ad esempio, quando prendiamo una decisione importante, prestiamo attenzione a come reagisce il corpo: tensione allo stomaco e respiro corto potrebbero indicare che la scelta non è in linea coi nostri valori; un senso di espansione al petto e brividi positivi forse segnalano entusiasmo genuino. Ascoltare queste reazioni istintive – la cosiddetta intelligenza somatica – ci aiuta a integrare mente razionale e saggezza interiore. La natura ci parla attraverso sensazioni: far finta di niente può condurci su sentieri di vita poco autentici, mentre dare retta a quel “sentire” corporeo spesso si traduce in scelte di vita più appaganti e sane.
Conclusione: verso l’integrazione di mente, corpo e spirito
La domanda iniziale – siamo menti che camminano col corpo o corpi che portano in giro una mente? – alla fine ci conduce a una risposta integrativa. Siamo esseri umani complessi, con una dimensione materiale e una spirituale inscindibilmente intrecciate. La mente e il corpo sono partner di danza in questo viaggio chiamato vita. In alcune fasi la mente prende l’iniziativa, in altre è il corpo a segnalare la direzione; l’ideale è che si muovano all’unisono, come una sola entità armoniosa.
Riconoscere la preminenza dello spirito – nel senso di dare valore alla nostra coscienza, ai valori, alla crescita interiore – ci aiuta a non ridurre la vita a mera sopravvivenza biologica o corsa ai beni materiali. Ci ricorda che “siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana” e che quindi il “movimento” più importante è quello verso una maggiore consapevolezza, verso l’amore e la conoscenza di sé. Questo movimento interiore dà scopo a tutti i movimenti esteriori: lavorare, viaggiare, agire nel mondo acquisiscono significato se contribuiscono al nostro maggiore Essere.
Allo stesso tempo, onorare il corpo come manifestazione dello Spirito ci radica nel presente e nella realtà. Il corpo ci insegna l’umiltà (abbiamo limiti, bisogni, non siamo onnipotenti) ma anche la gioia sensoriale di esistere: attraverso i sensi l’anima gode del tramonto, della musica, dell’abbraccio di una persona cara. In questo senso, l’esperienza è tanto del corpo quanto della mente – in realtà è dell’unità mente-corpo. Quando ridiamo di gusto, è il corpo che ride o la mente che prova allegria? Entrambi, inseparabilmente. La felicità autentica sorge quando non c’è frattura tra ciò che pensiamo di essere e ciò che viviamo col corpo: quando la mente è presente nel qui e ora e il corpo diventa espressione di ciò che l’anima sente.
In conclusione, mente in movimento e corpo in movimento non sono due realtà in conflitto, ma i due volti della nostra natura umana. Comprendere questa profonda verità – che ciascuno è un tutt’uno di spirito incarnato – può aprire le porte a una vita più equilibrata, significativa e felice. Se inseguiamo non l’essere “più grandi” agli occhi del mondo, ma l’essere più veri e più vivi interiormente, allora mente e corpo inizieranno a muoversi insieme, guidati da un fine comune. Saremo, come suggerisce la saggezza spirituale, “nell’Infinito ma con i piedi per terra”: consapevoli della nostra essenza immortale mentre viviamo pienamente l’avventura umana quotidiana. E forse scopriremo che il fine ultimo del movimento della vita non è altro che l’evoluzione verso l’amore, la gioia e la realizzazione del Sé – un fine in cui corpo e mente, materia e spirito, finalmente si riconoscono come parti di un unico, meraviglioso Essere.