Il ritorno a casa: viaggio verso la verità che sei. Parte 3

Non sei rotto: sei separato dalla verità
La disidentificazione come via per sciogliere il giudizio e tornare integri

Se ti sei perso la prima parte la trovi cliccando qui: PARTE 1.
Se ti sei perso la seconda parte la trovi cliccando qui: PARTE 2.

In conclusione di questo “viaggio” mi ritrovo a esplorare un passaggio ancora più profondo: sentire che quella decisione non è la verità. È una costruzione, un adattamento, una scelta fatta per sopravvivere — spesso da bambino — ma che ora, da adulto, non ha più motivo di guidare la mia vita.

Quella decisione ha avuto un impatto sul mio corpo. Tensione, chiusura, rigidità sono state le prime risposte. Le emozioni che emergono — paura, vergogna, rabbia, impotenza — sono impronte di quella scelta. Oggi posso portarle alla luce per scioglierle. Non respingerle, ma attraversarle.

Non si tratta di correggere o sostituire la vecchia decisione con una nuova più positiva. Non si tratta di convincermi di qualcosa di diverso. Si tratta di vedere quella decisione per ciò che è: una strategia del passato. Una volta vista, posso scegliere da uno spazio più ampio, consapevole e libero.

Ancora una volta, il linguaggio è centrale. Le parole che uso con me stesso, anche quelle non dette ad alta voce, creano la realtà che vivo. “Sono fatto così”, “non cambierà mai”, “è più forte di me”: tutte frasi che rinforzano la mia prigione interiore. Portarci consapevolezza è il primo passo per uscirne.

Sento emozioni intense. Scelgo di non fuggire. Rimango presente anche nel disagio. Le emozioni, se attraversate, non mi distruggono: mi trasformano. Ogni emozione è un messaggero, un ponte tra il passato e il presente.

Non c’è nulla da aggiustare. L’idea che ci sia qualcosa di sbagliato in me è essa stessa una delle decisioni fondamentali che mi fa soffrire. Il lavoro è disidentificarmi, non aggiustarmi.

Giudicarmi per ciò che provo, per ciò che ho deciso, per ciò che ancora non riesco a fare, è solo una forma sottile di controllo. Il giudizio mi impedisce di amarmi, di accogliere la verità. Quando il giudizio si scioglie, può emergere l’intelligenza profonda del cuore.

E così proseguo, sciogliendo uno ad uno i nodi. Dopo aver portato alla luce le decisioni inconsce, ora sento, sto, non giudico. Le emozioni non sono un nemico. Sono messaggere. Se le tratto come problemi da risolvere o da reprimere, resto nella mente, nelle strategie, nelle identità fittizie.

Scopro la differenza tra sentire e identificarmi. Posso sentire tristezza, ma non sono la tristezza. Posso sentire paura, ma non sono la paura. Questo distacco amorevole mi permette di accogliere senza farmi travolgere.

Il lavoro è incarnato. Le emozioni si muovono nel corpo, nei sospiri, nelle tensioni. Il corpo è il teatro della trasformazione. È lì che si è registrata la decisione inconscia. Tornando a sentire, senza fuggire, l’energia può finalmente liberarsi.

Il giudizio è una maschera. Una protezione dalla vulnerabilità. Giudico per non sentire. Giudico gli altri per non sentire me stesso. Ma ogni giudizio rafforza la separazione interiore. Lascio andare il bisogno di sapere, di capire, di avere ragione. Solo così posso accedere alla verità nuda del momento presente.

Inizio a riconoscermi negli altri. Le difese cedono. Comprendo che non c’è nulla da cambiare in me, solo da riconoscere ciò che è falso. Le vecchie decisioni non sono errori. Sono stati di coscienza presi per sopravvivere. Ora non servono più.

Non sono rotto. Sono stato solo separato dalla verità. E questa separazione si colma con verità e amore. L’amore non è emozione: è spazio di accoglienza.

Accolgo tutto ciò che è emerso come parte del mio viaggio. Non ho bisogno di aggiustarmi, di migliorarmi, di diventare qualcun altro. Devo solo vedere ciò che non è mai stato vero… e lasciarlo andare.

Conclusione

Ora lo so.
Non devo più rincorrere una versione migliore di me. Non devo più lottare per sistemare qualcosa che non è mai stato rotto.
Ciò che credevo mancanza, era solo distanza.
Ciò che chiamavo ferita, era solo separazione dalla verità.

In questo viaggio ho imparato a smettere di correggere, aggiustare, mascherare.
Ho imparato ad ascoltare le emozioni senza farmi travolgere. A lasciare che parlino, che si rivelino, che mi riportino a casa.

Perché casa non è un luogo.
È uno stato d’essere.
È quel silenzio in cui tutto si allinea,
quella pausa tra un giudizio e un respiro,
quella voce antica che sussurra senza mai urlare:
“Tu sei già intero. Sei solo chiamato a ricordarlo.”

E ora, finalmente,
ricordo.

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