Le decisioni invisibili: quando l’infanzia guida l’adulto
Come i pensieri automatici modellano la realtà e come liberarsene

Se ti sei perso la prima parte la trovi cliccando qui: PARTE 1.
Dopo le rivelazioni emerse, scelgo di restare nel processo, anche se può risultare scomodo, disorientante o addirittura faticoso. Non si tratta di capire tutto razionalmente, ma di stare in ciò che emerge, lasciando che la trasformazione avvenga attraverso la mia presenza.
La mia attenzione si sposta ora su quelle che chiamo decisioni radice: scelte profonde, inconsapevoli, spesso prese durante l’infanzia, che hanno dato origine al modo in cui interpreto la vita e mi relaziono con gli altri. Decisioni prese in momenti di trauma, rifiuto o mancanza, che da allora sono diventate modelli di realtà. Non sono verità, ma vivo come se lo fossero.
Non sono le mie decisioni. Eppure vivo come se lo fossero, ripetendo frasi e reazioni che confermano quell’identità costruita. Il linguaggio diventa lo specchio perfetto di queste decisioni inconsce. Frasi come “non posso”, “è difficile”, “mi fa male”, “è sempre così” non descrivono la realtà oggettiva: manifestano quella decisione radice mai messa in discussione.
Inizio quindi un lavoro sottile ma radicale: osservo le mie espressioni automatiche e comincio a dubitare della loro verità. Non per negare l’esperienza, ma per distinguere tra fatti e interpretazioni. Ogni frase detta senza consapevolezza è un seme che rinforza la struttura inconscia da cui voglio liberarmi.
Divento un linguista spirituale. Presto attenzione a ciò che dico, a come lo dico, a quale energia c’è dietro. Il linguaggio è creazione. Se uso parole di impotenza, creo impotenza. Se parlo da vittima, rafforzo la mia posizione di vittima.
Vedo anche quanto il giudizio sia un meccanismo di difesa. Giudicare me stesso o gli altri serve a proteggere un’identità. Ma in realtà mi separa, mi irrigidisce, mi allontana dalla verità profonda. Anche il bisogno di capire tutto o di controllare ciò che vivo è un tentativo della mente di evitare il cambiamento.
Lascio andare. Lascio andare il bisogno di avere ragione, di sapere come andrà, di essere nel giusto. Solo allora si apre uno spazio nuovo, fragile ma fertile, dove può nascere una consapevolezza autentica.
Entro in una fase concreta e trasformativa: osservo i miei pensieri ricorrenti, le frasi automatiche, le emozioni represse, e risalgo a quel momento in cui ho deciso di non valere, non contare, non essere amabile, o di dovermi proteggere, combattere, fuggire.
Non è importante ricordare l’evento preciso, ma sentire il sapore di quella decisione. Perché ancora oggi si riflette nei miei comportamenti, nei legami, nei limiti autoimposti.
La paura di sentire è un grande ostacolo. Evito il contatto profondo con le emozioni perché temo che mi travolgeranno. Ma proprio in quelle emozioni c’è la chiave della mia liberazione. E così creo uno spazio protetto in cui sentire senza giudicare, vedere senza correggere, accettare senza giustificare.
Il linguaggio interiore torna al centro. Le parole che mi dico dentro, spesso silenziose ma potenti, raccontano la storia della mia decisione. “Non ci riesco”, “non valgo”, “non gliene frega a nessuno di me”: questi sono mantra distruttivi che mi accompagnano da anni. Portarli alla luce è come spezzare un incantesimo.
Riconosco quanto sia violento il giudizio verso me stesso. Nessuno può ferirmi quanto le parole che mi ripeto dentro. Se qualcuno mi parlasse come a volte mi parlo io, lo considererei inaccettabile. Giudicarmi è una forma di violenza interiore che rinforza le identità da cui voglio liberarmi.
Dietro ogni resistenza, ogni bisogno di controllo, ogni strategia relazionale (compiacere, evitare, attaccare), scopro una vecchia decisione presa per sopravvivere in un mondo percepito come ostile. Ma oggi sono adulto. Quelle strategie non servono più. Anzi, mi tengono prigioniero.
Mi rendo conto che il lavoro non è solo mentale o emotivo, ma esistenziale. Si tratta di tornare alla verità di me stesso, spogliandomi da tutto ciò che ho costruito per essere accettato, amato, protetto.
Non sono quella decisione. È stata una scelta, ma ora posso vederla, riconoscerla, lasciarla andare. La libertà non è diventare qualcun altro, ma smettere di essere ciò che non sono mai stato.
E con questa consapevolezza, sento gratitudine. Il processo è in corso. La verità non è più nascosta. E la strada, ora, è verso casa.
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