
Introduzione
Il Giainismo è un’antica religione e filosofia indiana basata sulla non violenza, sull’autodisciplina e sulla ricerca della liberazione spirituale dal ciclo delle rinascite (saṃsāra). Fondato storicamente dal maestro Mahavira nel VI secolo a.C., ma secondo la tradizione giainista tramandato da una lunga successione di 24 Tīrthaṅkara (guide spirituali), il Giainismo insegna che ogni anima (jīva) è intrappolata nel saṃsāra a causa del karma, un sottile “pulviscolo” legato alle nostre azioni, passioni e attaccamenti. Per liberarsi e raggiungere la moksha (la liberazione definitiva), l’anima deve purificarsi da ogni karma accumulato. Ciò è possibile seguendo il sentiero della retta fede, retta conoscenza e retta condotta, noti come i Tre Gioielli (ratnatraya).
Al centro della retta condotta giainista vi sono i cinque grandi voti (in sanscrito pañca mahāvrata) – principi etici fondamentali che guidano ogni aspetto della vita del praticante. Essi sono: ahimsa (non violenza assoluta), satya (verità), asteya (non rubare), brahmacharya (castità) e aparigraha (non attaccamento). Questi voti furono predicati da Mahavira e dagli altri Tirthankara e sono menzionati in testi sacri come gli Āgama e il Tattvārtha Sūtra. Quest’ultimo li riassume così: “L’astensione da violenza, falsità, furto, concupiscenza e possessività – queste sono le votazioni (vrata)”. In pratica, i cinque voti costituiscono la base etica su cui “si erige il superstruttura” della filosofia giainista, trasformando la visione spirituale in azione concreta.
Va notato che tali voti sono osservati in modo diverso da monaci e laici. I monaci giainisti li adottano in forma totale come Mahavrata (grandi voti), rinunciando completamente a ogni violenza, menzogna, possesso, attività sessuale, ecc. I seguaci laici, invece, cercano di seguirli nella misura possibile con voti “minori” detti Anuvrata, ad esempio praticando la non violenza e la sincerità nella vita quotidiana pur senza gli estremi dell’ascetismo. In questo articolo esamineremo in profondità ciascuno dei cinque voti, esplorandone il significato filosofico e simbolico, la rilevanza psicologica, i modi per metterli in pratica oggi, e i benefici interiori e spirituali che ne derivano. Infine, vedremo come questi principi – insieme ad altri concetti chiave del Giainismo – contribuiscono al percorso di liberazione dal saṃsāra.
Ahimsa – Non violenza assoluta
Ahimsa significa letteralmente “non nuocere” ed è il principio cardine del Giainismo, al punto che spesso si ripete “ahiṁsā paramo dharmaḥ” – la non violenza è la suprema religione. Dal punto di vista filosofico, ahimsa rappresenta il rispetto assoluto per la vita: ogni essere vivente ha una sacralità e dignità che vanno onorate così come ciascuno desidera il rispetto per la propria. Mahavira insegnò che tutte le anime sono uguali, siano esse umane, animali, insetti o piante, e nessun essere ha il diritto di arrecare danno o uccidere un altro. La non violenza giainista non si limita all’azione fisica, ma include anche la parola e il pensiero: anche ingiuriare, insultare, maltrattare verbalmente o perfino pensare male di qualcuno è considerato una forma di violenza. Questo voto, dunque, simboleggia l’amore universale e la compassione verso tutti gli esseri. Come affermano gli antichi testi, “Non uccidere, non offendere, non opprimere, non torturare nessuna creatura” è il comandamento etico fondamentale – un ideale di innocenza e purezza che eleva spiritualmente chi lo pratica.
Sul piano psicologico, l’ahimsa coltiva la compassione e la gentilezza. Impegnarsi a non nuocere sviluppa empatia: impariamo a vedere ogni creatura, piccola o grande, come simile a noi nei desideri di felicità e paura della sofferenza. Un insegnamento giainista recita: “Nella gioia e nel dolore, nella sofferenza e nella felicità, considera tutte le creature come consideri te stesso”. Questa prospettiva empatica aiuta a mitigare rabbia, odio e tendenze aggressive, favorendo invece pace interiore e pazienza. Coltivare ahimsa significa anche praticare la non-violenza interiore: rinunciare all’odio, al rancore e ai pensieri negativi, perché tali emozioni “feriscono” in primo luogo la nostra anima. Come disse Mahavira, “La collera genera altra collera, il perdono e l’amore generano più perdono e amore”. Psicologicamente, quindi, l’ahimsa libera da sentimenti distruttivi, portando a maggiore equilibrio emotivo e benevolenza.
Applicare l’ahimsa nella vita quotidiana di oggi può sembrare impegnativo, ma è possibile in molti modi pratici. Anzitutto significa evitare ogni violenza fisica inutile: ad esempio molti giainisti (e non solo) scelgono un’alimentazione vegetariana o vegana per non uccidere animali a scopo alimentare. In casa, si può prestare attenzione a non uccidere intenzionalmente neppure i piccoli insetti, magari ricorrendo a metodi incruenti per allontanarli. Nell’uso delle parole, ahimsa invita a comunicare con gentilezza e sincerità, evitando insulti, linguaggio offensivo o critiche distruttive. Anche dire la verità rientra nell’ahimsa, sebbene collegata al voto di satya: infatti la menzogna spesso provoca danno e sofferenza. Nell’ambiente di lavoro e nelle relazioni, praticare la non violenza significa adottare la non aggressività nella risoluzione dei conflitti – cercando soluzioni pacifiche, ascoltando attivamente l’altro invece di imporsi con la forza. Significa anche coltivare la tolleranza verso idee diverse (collegandosi al principio giainista dell’anekantavada di cui parleremo più avanti). Inoltre, ahimsa può tradursi in azioni di benevolenza attiva: aiutare chi soffre, prendersi cura di un animale ferito, fare volontariato. In sintesi, ogni gesto in cui scegliamo la compassione al posto della crudeltà è un passo concreto nel vivere l’ahimsa.
I benefici di ahimsa, interiormente e spiritualmente, sono profondi. Chi pratica la non violenza sviluppa un cuore sereno, libero dal rimorso che la violenza porta con sé. Vi è una sensazione di unità con la vita: sentendosi in armonia con tutti gli esseri, ci si sente anche più in pace con se stessi. A livello relazionale, una persona mite e compassionevole ispira fiducia e rispetto negli altri, creando attorno a sé un clima di positività. Dal punto di vista spirituale, secondo il Giainismo, l’ahimsa è essenziale per purificare la propria anima: evitando di nuocere agli altri, si evita di accumulare nuovo karma negativo (pāpa) e si riduce l’egoismo, avvicinandosi sempre più alla propria natura divina. Non è un caso che Mahavira sia ricordato come il massimo maestro della non violenza, e persino Gandhi lo considerava “la più alta autorità sull’ahimsa”. In definitiva, ahimsa è un voto che trasforma profondamente l’individuo: conduce ad una vita colma di rispetto, amore e serenità, e pone le fondamenta per ogni ulteriore progresso spirituale.
Satya – Verità
Satya, il voto della verità, impegna a non mentire e a vivere in sincerità e trasparenza. Filosoficamente, satya simboleggia la fedeltà alla realtà: parlare e agire in accordo con ciò che è vero. Nel pensiero giainista, dire falsità è una forma di violenza (himsā) indiretta, perché inganna la mente altrui e spesso causa sofferenza. La verità è considerata una virtù altissima: “come l’oceano accoglie tutti i pesci, così la Verità accoglie in sé ogni bene e virtù” scrivono i testi, attribuendo alla sincerità un carattere onnicomprensivo. Mahavira insegnò che le parole dei saggi sono vere ma anche benevole: dire la verità non deve mai servire a ferire o umiliare, bensì ad edificare. In altre parole, il satya giainista implica onestà unita a compassione. Simbolicamente, essere dediti al vero significa vivere in armonia con il Dharma (l’ordine morale cosmico): la menzogna, essendo distorsione, ci allontana dall’armonia universale, mentre la verità vi ci riallinea.
Dal punto di vista psicologico, il voto di satya coltiva integrità e chiarezza mentale. Una persona che s’impegna a non mentire sviluppa una coscienza limpida, libera dal peso delle falsità. Mentire, infatti, crea conflitto interiore (bisogna ricordare le bugie, temere di essere scoperti, provare senso di colpa), mentre la sincerità dona coerenza interna e pace. Inoltre, dire sempre la verità rafforza la fiducia in se stessi – perché si impara ad accettare la realtà senza paura – e la fiducia degli altri verso di noi. A livello relazionale, la veracità è il fondamento di ogni rapporto sano: quando gli altri sanno che le nostre parole sono affidabili, si crea un’atmosfera di rispetto e credibilità reciproca. Satya ha anche un aspetto di autenticità: non solo evitare falsità intenzionali, ma essere autentici, non indossare “maschere” sociali o fingere ciò che non si è. Questo conduce a una maggiore conoscenza di sé e ad una comunicazione più significativa con gli altri.
Praticare satya nella vita quotidiana significa prima di tutto evitare la menzogna in ogni sua forma. Anche le cosiddette “piccole bugie” pian piano indeboliscono il nostro impegno etico, quindi il voto invita alla massima sincerità possibile. In situazioni difficili, ciò richiede coraggio: ad esempio ammettere un errore sul lavoro invece di coprirlo con una bugia, oppure essere onesti con un amico anche quando la verità è scomoda (ma sempre con tatto, rispettando l’ahimsa). Il satya inoltre ha una portata più ampia del semplice non mentire: comprende il non ingannare e il non nuocere con le parole. I testi giainisti specificano che parlare in modo da ferire qualcuno è già asatya (non-verità), perché l’intento ostile tradisce lo spirito della verità. Così, praticare satya vuol dire anche evitare la maldicenza, il pettegolezzo, la calunnia. Ad esempio: non diffondere voci false o non confermate, non rivelare i segreti confidati (tradire la fiducia è equiparato a falsità), non fare promesse che non si possono mantenere (considerato dire il “falso”). Nella vita digitale, questo si traduce nel condividere informazioni verificate e vere, evitando di alimentare fake news. Un altro aspetto pratico è allineare pensiero, parola e azione: cercare di esprimere onestamente ciò che si pensa e agire di conseguenza, senza ipocrisie. Certo, satya non significa dire tutta la verità brutalmente in ogni momento – se una verità può causare danno ingiusto, il silenzio rispettoso potrebbe essere preferibile, in accordo con ahimsa. Ma in generale il giainista sceglie la trasparenza alla frode. Un aiuto pratico può essere riflettere prima di parlare: chiedersi “è vero? è utile? è gentile?” – se queste tre condizioni sono soddisfatte, allora la comunicazione è in linea col voto di verità.
I benefici di satya si manifestano su più livelli. Interiormente, vivere nella verità dona serenità e libertà: la mente non è appesantita da intrighi e bugie da ricordare, né da sensi di colpa. Si vive con maggiore semplicità e spontaneità, mostrando ciò che si è realmente. Questo, a sua volta, genera autostima: chi è onesto con gli altri impara ad esserlo anche con se stesso, accettando i propri pregi e difetti. A livello sociale, l’adesione alla verità costruisce relazioni solide e affidabili – sia in famiglia, sia sul lavoro, sia nelle amicizie. Si diventa persone di parola, su cui gli altri sanno di poter contare, e questo apre la strada a una vita comunitaria più armoniosa. Spiritualmente, secondo il Giainismo, dire la verità aiuta a eliminare la passione dell’inganno (maya), una delle quattro passioni fondamentali che legano l’anima. Sradicando l’abitudine alla menzogna, l’anima diventa più pura e retta, avanzando sul percorso dei Tre Gioielli. Non a caso, si afferma che satya è “la più alta di tutte le virtù raggiungibili” e le racchiude tutte. In definitiva, chi pratica la verità sperimenta una profonda coesione interiore (pensieri, parole e azioni allineati) e contribuisce a portare luce e fiducia nel mondo attorno a sé.
Asteya – Non rubare
Il termine asteya significa letteralmente “non rubare” (è sinonimo di acaurya, non furto). Filosoficamente, questo voto rappresenta il rispetto per ciò che non ci appartiene e la rinuncia a ogni forma di appropriazione indebita. Rubare non è solo un crimine legale, ma un atto che viola l’armonia sociale e spirituale: secondo le scritture giainiste, “prendere qualsiasi cosa che non sia stata data, spinti dalle passioni, è furto, e poiché il furto causa dolore, esso è una forma di himsā (violenza)”. Viene quindi collegato nuovamente al principio di non violenza: rubare implica violare i diritti altrui, generando sofferenza e ingiustizia. Asteya simboleggia allora la rettitudine e l’equità – l’idea che dobbiamo accontentarci di ciò che guadagniamo onestamente e che ogni ricchezza o oggetto altrui va considerato inviolabile. C’è anche un significato simbolico più profondo: non rubare è espressione di contenimento del desiderio. Spesso infatti il furto nasce dall’avidità o dall’invidia; l’asteya incarna la vittoria su queste pulsioni, promuovendo la contenenza e la gratitudine per ciò che si ha.
Psicologicamente, il voto di asteya sviluppa la onestà e la fiducia. Impegnarsi a non rubare (in alcun modo) significa anche eliminare la mentalità del voler possedere a ogni costo, che è fonte di ansia e scontento. Al contrario, si coltiva la soddisfazione interiore: si impara ad apprezzare ciò che già si possiede, evitando paragoni continui con gli altri. Questo riduce l’invidia e il risentimento. Una persona che pratica asteya allena anche la responsabilità e il rispetto: rispetta il lavoro e il tempo altrui riconoscendo che ogni bene è frutto di sforzo e merito di qualcuno. Psicologicamente, ciò porta ad essere più affidabili: in un gruppo o comunità, sapere che un membro non prenderà mai più del dovuto genera un clima di sicurezza. Al contempo, asteya aiuta a vincere la paura della mancanza: molti furti sono motivati dalla paura di “non avere abbastanza”. Educandosi a non rubare, si sviluppa fiducia che le proprie necessità saranno soddisfatte onestamente, e si indebolisce l’avidità compulsiva. In sintesi, asteya favorisce una mente limpida, libera dall’avidità e dalla colpa, e un atteggiamento di equanimità verso il possesso materiale.
Nella pratica quotidiana moderna, seguire asteya significa molto più che non svaligiare una banca! Include tutte le piccole e grandi forme di disonestà o appropriazione indebita che possono capitare. Ad esempio, evitare di prendere qualcosa sul luogo di lavoro (dalla cancelleria al denaro) che non ci è stato espressamente dato; non fare la cresta su resti o spese rimborsabili; non usufruire di servizi senza pagarli (come entrare senza biglietto, o oggi anche usare software pirata). Asteya comporta anche il rispetto del tempo e del lavoro altrui – ad esempio non “rubare tempo” a qualcuno presentandosi in ritardo abituale o sfruttando indebitamente la sua disponibilità. I testi giainisti elencano molte forme sottili di furto da evitare: incoraggiare qualcuno a rubare, ricevere beni rubati, adulterare i prodotti, usare false misure o pesi… tutto ciò rientra nelle violazioni di asteya. In un contesto contemporaneo potremmo tradurre questi esempi in: non comprare merce di dubbia provenienza (per non alimentare il circuito del furto), non falsificare documenti o firme, non evadere le tasse (che è rubare alla collettività), non gonfiare prezzi o compiere frodi commerciali. Anche plagiare idee altrui o prendersi meriti non propri è una forma di furto intellettuale da cui asteya ci mette in guardia. Al contrario, praticare questo voto positivamente significa esercitare l’onestà in ogni transazione: pagare il giusto, restituire ciò che si trova di smarrito al proprietario, riconoscere i crediti altrui, ecc. Un’abitudine pratica utile può essere quella di fissare per sé un codice etico chiaro (ad esempio: “non prenderò nulla che non sia mio o liberamente offertomi”) e rispettarlo anche nelle piccole tentazioni quotidiane, perché l’integrità si costruisce dai dettagli.
I benefici derivanti da asteya sono tangibili e immediati sia sul piano individuale che sociale. Una persona integerrima che non ruba (né direttamente né indirettamente) vive con tranquillità di coscienza: non ha timore di essere scoperta o punita e può guardare chiunque negli occhi senza vergogna. Ciò aumenta la propria dignità e autostima. Nelle relazioni, l’onestà materiale rafforza i legami: amici, familiari e colleghi sapranno di potersi fidare – ad esempio confidando beni o informazioni senza paura che vengano usati scorrettamente. In società, se tutti praticassero asteya, la convivenza sarebbe armoniosa e giusta: si ridurrebbero drasticamente crimini, frodi e corruzione. Non a caso si dice che osservando pienamente i cinque voti si eviterebbe praticamente di infrangere qualunque legge penale. A livello interiore e spirituale, asteya purifica dall’avidità (lobha), un’altra delle passioni che legano l’anima. Liberarsi dall’impulso di prendere ciò che non è proprio rende l’anima più leggera, non appesantita dal karma di furto o ingiustizia. Inoltre, l’atteggiamento di appagamento che asteya porta conduce a una maggiore gratitudine verso l’esistenza, aprendo alla generosità: chi non prende indebitamente, facilmente imparerà anche a dare di ciò che ha in eccedenza. In definitiva, praticare il non rubare crea un circolo virtuoso di fiducia e onestà reciproca, alimentando una pace sociale ed interiore inestimabile.
Brahmacharya – Castità
Brahmacharya è il voto di castità o continenza sessuale. Per i monaci giainisti questo voto implica il celibato totale, l’astensione assoluta da qualsiasi attività sessuale o stimolazione dei sensi. Per i laici, brahmacharya viene interpretato come fedeltà e moderazione: in sostanza avere rapporti solo all’interno di una relazione con il coniuge/partner, e comunque vivere la sessualità con disciplina, senza licenziosità né ossessioni. Il termine “brahmacharya” letteralmente significa “movimento in Brahman (lo Spirito)” nel contesto induista, ma nel Giainismo assume il senso di dedicare energia al sacro invece che disperderla nei piaceri effimeri. Filosoficamente, rappresenta la vittoria sui piaceri dei sensi e la canalizzazione dell’energia vitale verso scopi più elevati. Mahavira infatti insegnava che nulla è più illusorio dei piaceri sessuali (kāma): essi ammaliano la mente e la legano fortemente al corpo e ai desideri. Il voto di brahmacharya simboleggia quindi la purificazione dalle passioni e il focus sullo spirito. È un voto spesso frainteso in chiave puritana, ma nel contesto giainista è inteso come strumento di liberazione: riducendo l’attaccamento ai piaceri sensoriali, l’anima può ritrovare la pace e la chiarezza necessarie per progredire spiritualmente.
Dal punto di vista psicologico, praticare la castità (secondo il proprio stato di vita) ha diversi effetti. Innanzitutto, sviluppa la padronanza di sé: controllare l’impulso sessuale richiede disciplina e volontà, qualità che poi si riflettono anche in altri ambiti (se riesco a dominare uno degli istinti più forti, a maggior ragione sarò in grado di controllare rabbia, gola, pigrizia, ecc.). Questo porta ad una crescita in forza interiore e sicurezza. Brahmacharya nutre anche la chiarezza mentale: le energie non dissipate in eccessi sensuali possono essere convogliate verso studio, meditazione, creatività. Molti asceti hanno associato la continenza a una maggiore memoria e concentrazione. Psicologicamente, moderare il desiderio aiuta a non essere schiavi delle passioni: la persona diventa più libera, non guidata ciecamente dall’attrazione o dalle pulsioni. In ambito relazionale, per un laico brahmacharya vissuto come fedeltà significa costruire relazioni basate su amore sincero e rispetto, anziché sul solo desiderio. Ciò genera legami affettivi più stabili e profondi, con meno gelosie o infedeltà a turbarli. Inoltre, praticare la castità insegna la considerazione dell’altro non come oggetto, ma come anima: si impara a non guardare le persone con l’occhio concupiscente del possesso, bensì con rispetto e purezza di intenzioni.
Nella vita quotidiana contemporanea, applicare brahmacharya può essere impegnativo dato che siamo circondati da stimoli erotici e messaggi che esaltano il piacere immediato. Tuttavia, il voto ci invita a trovare un equilibrio sano. Per i non monaci, brahmacharya può voler dire: vivere la sessualità con amore e responsabilità, evitando promiscuità e comportamenti che trattino la sessualità come mero consumo. In concreto, ciò significa ad esempio essere fedeli al proprio partner, non tradire la fiducia in una relazione; evitare l’uso compulsivo di pornografia o di flirt superficiali che alimentano solo l’ego; saper porre dei limiti – come evitare situazioni che possano facilmente farci cadere in tentazione fuori dalla coppia, oppure scegliere periodi di astinenza consensuale per scopi spirituali (alcune coppie potrebbero dedicare certi giorni alla castità per rafforzare altri aspetti del legame). Per i giovani single, brahmacharya può tradursi nell’aspettare a coinvolgersi sessualmente finché non vi sia un sentimento autentico e rispettoso, e nel frattempo sublimare l’energia in attività creative, studio, sport. Un suggerimento pratico è coltivare la mente: impegnarsi in meditazione, letture ispiranti, arte, in modo che la coscienza non sia continuamente rivolta ai piaceri dei sensi. Anche frequentare ambienti e compagnie che rispettano questi valori aiuta (mentre compagnie molto focalizzate sulla conquista sessuale possono rendere più difficile mantenere il voto). Brahmacharya può inoltre includere la moderazione degli altri sensi: cibo, divertimenti, schermi digitali – imparare a non eccedere in nulla, per non sovreccitare la mente.
I benefici di brahmacharya si avvertono in termini di stabilità, energia e serenità. Chi pratica la castità secondo la propria condizione spesso riferisce di sentirsi più vitalizzato fisicamente e mentalmente: anziché sentirsi “privato” di qualcosa, percepisce un aumento di energia disponibile per altre attività. Si sperimenta infatti una maggiore calma mentale; l’irrequietezza data dai desideri insoddisfatti si placa man mano che ci si abitua a un regime moderato, e al suo posto subentra un senso di libertà e padronanza. Le relazioni affettive ne risultano arricchite da fiducia reciproca e rispetto, e prive del dramma di tradimenti o inganni. Sul piano spirituale, il Giainismo insegna che la castità è fondamentale per ridurre l’attaccamento dell’anima al corpo: molte anime cadono a causa della lussuria incontrollata, mentre vincere questa passione conduce a un immenso avanzamento karmico. Brahmacharya taglia alla radice l’illusione sensuale (māyā moha) e permette di conservare una mente limpida, essenziale per la meditazione profonda e l’illuminazione. Gli asceti dicono che la castità ben osservata conduce a uno stato di gioia interiore e leggerezza: l’affetto diventa puro, la coscienza non è più agitata dai turbinii del desiderio, e ci si sente centrati nel Sé. In sintesi, brahmacharya, lungi dall’essere una mera rinuncia sterile, è un canalizzare l’amore e la creatività verso forme più elevate, ottenendo in cambio una vita emotiva più ricca e un passo deciso sul cammino spirituale.
Aparigraha – Non attaccamento
Aparigraha significa letteralmente “non possesso” o “assenza di attaccamento (graha) alle cose (pari)”. Questo quinto grande voto invita a rinunciare all’avidità e all’attaccamento, sia verso beni materiali sia verso false identificazioni interiori. Filosoficamente, aparigraha rappresenta la scelta della semplicità volontaria e della libertà dai vincoli materiali. I giainisti vedono gli attaccamenti – dalle ricchezze fino alle emozioni egoistiche – come catene che trattengono l’anima. Un aforisma del Tattvārtha Sūtra afferma: “L’infatuazione è attaccamento ai possedimenti”. Vengono individuati attaccamenti di due tipi: esteriori (beni, denaro, proprietà) e interiori (ego, orgoglio, passioni, opinioni, desideri). Entrambi legano l’individuo al saṃsāra. Aparigraha simboleggia dunque il distacco, il lasciar andare. Mahavira insegnò che possedere oltre il proprio bisogno alimenta soltanto mali e paure, mentre chi non è legato alle ricchezze è libero da quelle paure e da quelle malizie. Addirittura, promosse un ideale di equilibrio economico: prendi quanto ti serve e il resto va condiviso. In chiave simbolica moderna, aparigraha incarna anche la sostenibilità e la giustizia: evitare di accumulare ben al di là del necessario significa permettere un’equa distribuzione delle risorse e ridurre lo sfruttamento.
Sul piano psicologico, il non attaccamento conduce a serenità e appagamento. L’avidità e l’attaccamento generano costante ansia: paura di perdere ciò che si ha, brama di avere di più, invidia per chi possiede quel che noi non abbiamo. Rinunciando a questi attaccamenti, la mente trova pace. Si sviluppa la capacità di adattamento: chi non è attaccato alle cose sa vivere felice sia nell’abbondanza che nella scarsità, perché la sua felicità non dipende da fattori esterni. Aparigraha nutre anche la generosità: liberandoci dall’ossessione del “mio e tuo”, diventa spontaneo condividere con gli altri ciò che abbiamo in più. Psicologicamente, ciò ribalta la mentalità di scarsità (pensare che non ce ne sia mai abbastanza) in mentalità di abbondanza (avere fiducia che l’universo provvederà al necessario). Inoltre, l’esercizio del distacco allena alla resilienza emotiva: non attaccarsi significa anche accettare i cambiamenti e le perdite della vita con maggiore equilibrio, senza crollare quando qualcosa o qualcuno esce dal nostro orizzonte. Interiormente, l’apparigraha dissolve l’egoismo e l’identificazione con il ruolo sociale dato dai possedimenti (“io valgo perché possiedo tot beni”): la persona impara a riconoscere il proprio valore intrinseco al di là di status e proprietà, il che porta a sicurezza interiore e autenticità.
Come praticare aparigraha oggi? In una società consumistica, questo voto è forse tra i più sfidanti, ma anche tra i più attuali e ricchi di significato. Alcune applicazioni pratiche: limitare volontariamente i propri beni agli oggetti davvero utili o cari, evitando di accumulare cose superflue. Si può fare decluttering periodici in casa, donando ciò che non si usa da tempo. Un antico consiglio giainista per i laici era di fissare un limite massimo alle proprie proprietà e di non superarlo, donando l’eccedenza in beneficenza. Ad esempio, si può decidere di possedere solo un certo numero di vestiti o un certo importo di risparmi oltre il quale devolvere il resto a chi ha bisogno. Vivere con moderazione è la chiave: acquistare con consapevolezza, evitando lo shopping compulsivo dettato dal desiderio e non dalla necessità. Aparigraha si applica anche al tempo e alle attività: ad esempio, non essere avidi di impegni o esperienze al punto da saturare ogni minuto (lasciando invece spazio al riposo e alla contemplazione). Sul piano delle relazioni, significa amare in modo non possessivo: lasciare libertà alle persone care, non cercare di controllarle o trattenerle egoisticamente. Un esercizio quotidiano può essere quello di interrogarsi, prima di acquisire qualcosa di nuovo: “Ne ho davvero bisogno? Potrei farne a meno? Il mio desiderio nasce da utilità o solo da attaccamento?”. E allo stesso modo, di fronte a una perdita (di un oggetto, del denaro, ecc.), respirare e ricordare: “Non è me, non è la mia anima ad aver perso qualcosa; ciò che conta davvero non può essermi sottratto”. Gradualmente, questo atteggiamento costruisce una leggerezza dell’essere.
I benefici di aparigraha sono sia materiali che spirituali. Chi vive senza accumulare trova paradossalmente di avere abbondanza: eliminando il superfluo, ci si accorge di avere già a sufficienza per stare bene, e si risparmiano tempo, denaro ed energie (meno oggetti da gestire, meno debiti, meno stress). La qualità della vita migliora con una esistenza più semplice: si apprezzano di più le piccole cose quotidiane, e si vive nel presente anziché nella costante corsa al prossimo acquisto. Le relazioni ne giovano perché l’altro si sente amato per quello che è e non per ciò che ci dà; gli amici non sono strumentali, i partner non sono proprietà. Spiritualmente, l’anima alleggerita dagli attaccamenti può elevarsi: “Chi accumula oltre il necessario rimane invischiato nel male e nella paura; chi è distaccato è libero in se stesso e immune dalla paura”. Aparigraha riduce la passione dell’avidità e dell’orgoglio, cause primarie di karma. Inoltre favorisce la compassione sociale: l’idea di non accumulare in eccesso implica un mondo più equo e sostenibile, in cui le risorse circolano invece di stagnare in poche mani. C’è anche un beneficio ecologico: chi pratica aparigraha tende a consumare di meno e in modo più consapevole, riducendo il proprio impatto sull’ambiente (meno rifiuti, meno sfruttamento di risorse). A livello interiore, il non attaccamento conduce a quella beatitudine serena di chi non ha nulla da perdere: ci si sente come viaggiatori leggeri, pronti a cogliere la bellezza dell’attimo senza essere zavorrati dal passato o dal futuro. In ultima analisi, aparigraha prepara la via alla liberazione perché un’anima senza attaccamenti è come un uccello pronto a lasciare la gabbia del mondo materiale e volare nell’infinita libertà del moksha.
Altri principi chiave e il cammino verso la liberazione
I cinque Mahavrata formano dunque il nucleo dell’etica giainista, ma sono parte di un quadro dottrinale più ampio volto alla liberazione finale dell’anima. Oltre ai voti, meritano menzione alcuni principi chiave del Giainismo che integrano e completano questo cammino spirituale:
- Le Tre Gemme (Ratnatraya): come accennato, Jain Dharma insegna che la via verso la liberazione si poggia su tre pilastri inscindibili: retta visione/corretta fede (samyak-darśana), retta conoscenza (samyak-jñāna) e retta condotta (samyak-cāritra). I cinque voti rappresentano la retta condotta, ma perché producano effetti pienamente, devono essere accompagnati da una giusta comprensione e da una fede profonda nei principi della realtà. La retta visione significa vedere le cose come sono – ad esempio riconoscere l’uguaglianza di tutte le anime e la validità dell’ahimsa. La retta conoscenza implica lo studio delle verità giainiste (come la teoria del karma, la cosmologia, gli insegnamenti dei Tirthankara) per eliminare l’ignoranza. Solo unendo questi tre aspetti, il praticante avanza solidamente: infatti il Tattvārtha Sūtra esordisce affermando che la fede retta, la conoscenza retta e la condotta retta insieme costituiscono il sentiero per la moksha.
- Anekāntavāda (non-assolutismo): è il principio filosofico della “molteplicità degli aspetti”. Insegna che la realtà è complessa e ogni cosa può essere vista da diversi punti di vista, nessuno dei quali da solo coglie tutta la verità. Questo incoraggia la tolleranza e l’umiltà intellettuale. Ad esempio, su una questione etica o teologica, il giainista riconoscerà che prospettive differenti possono tutte contenere una parte di verità. Anekantavada è un corollario dell’ahimsa applicato al pensiero: evitando il fanatismo e i giudizi assoluti, si pratica la non-violenza mentale. Nella vita quotidiana, ciò può tradursi nel saper ascoltare opinioni diverse, nel dialogare con apertura invece di imporre le proprie convinzioni. Un detto giainista classico è la parabola degli uomini ciechi e l’elefante: ognuno toccando una parte diversa descrive l’elefante in modo differente (una corda, un muro, un pilastro…) e tutti litigano su chi abbia ragione, mentre in realtà l’elefante intero comprende tutte quelle parti. Anekantavada ricorda al cercatore di verità di non attaccarsi nemmeno alle proprie idee in modo possessivo, un atteggiamento che ben si sposa con aparigraha interiore.
- Teoria del karma e della liberazione: i cinque voti vanno compresi anche alla luce della particolare concezione giainista del karma. Il karma, per i giainisti, non è meramente legge di causa-effetto morale, ma sostanza reale, materia sottile che si attacca all’anima quando compiamo azioni con passione o ignoranza. Ci sono vari tipi di karma, alcuni “meritori” e altri “demeritori”, ma entrambi legano l’anima al ciclo delle nascite. L’obiettivo non è accumulare buon karma, bensì annullare tutto il karma per liberarsi. Ciò avviene con due processi: saṃvara, ossia l’arresto dell’afflusso di nuovo karma, e nirjarā, l’eliminazione del karma già attaccato. Ecco perché i voti sono cruciali: non uccidere, non mentire, non rubare, castità e non attaccamento fermano l’afflusso di nuovi karma negativi, proteggendo l’anima. Ad esempio, ferire un altro essere per rabbia genererebbe un karma di violenza; dire menzogne per ingannare genererebbe karma di falsità, e così via. Astenendosi da queste azioni, si pratica saṃvara (contenimento). Inoltre, la disciplina e le austerità che accompagnano l’osservanza dei voti producono nirjarā, cioè dissoluzione graduale dei vecchi karma attraverso la sofferenza volontariamente assorbita (si pensi ai digiuni e penitenze che i giainisti sovente praticano, come sallekhanā – il digiuno finale). In un aforisma si elencano proprio le cause della schiavitù dell’anima: visione falsa, non osservanza dei voti, negligenza, passioni e attività nocive. È implicito che l’osservanza dei voti libera da una delle cause principali di bondage e dunque è indispensabile per progredire verso la liberazione.
- Compassione universale (Jīva-dayā): sebbene alcuni testi sottolineino come i voti siano da praticare per auto-purificazione (più che per dovere altruistico), di fatto il Giainismo coltiva una grande compassione verso tutti gli esseri. Il motto giainista è “parasparopagraho jīvānām” – gli esseri viventi si sostengono reciprocamente. Questa visione ecologica e interdipendente fa sì che i giainisti siano stati da sempre promotori di carità, assistenza e tutela della vita. Storicamente, le comunità giainiste hanno aperto ospedali per animali feriti, rifugi per vecchie mucche, fondi di beneficenza per i poveri, praticando quello che oggi chiameremmo altruismo efficace. Nella lista dei doveri del laico, compaiono voti aggiuntivi come il dāna-vrata, voto di carità, in cui si promette di donare regolarmente parte delle proprie risorse per gli altri. La compassione verso ogni essere – umanità, animali, ambiente – è il naturale riflesso dell’ahimsa e dell’aparigraha combinati. Un’anima che avanza sul sentiero giainista sente sempre più l’unità con tutti, e quindi agisce per alleviare sofferenze e proteggere la vita, senza attaccamento ai frutti (concetto simile al Nishkama karma delle altre tradizioni).
- Mahavira e i Tirthankara come esempio: la vita di Mahavira, come di altri saggi giainisti, è un modello ispiratore. Egli rinunciò a un regno e visse 12 anni in austerità estrema, osservando in toto i cinque voti – secondo la tradizione, non uccise neppure il più piccolo insetto, non disse parola falsa, non toccò possesso né persona. Visse di elemosina e meditazione, sopportando con equanimità anche maltrattamenti. Alla fine raggiunse il kevala jñāna (onniscienza) e poi il nirvāṇa (liberazione) all’età di 72 anni. Questo esempio illustra fino a che punto i voti possono portare: all’illuminazione e alla definitiva libertà dal ciclo delle rinascite. I giainisti venerano i Tirthankara non come dei creatori, ma come maestri perfetti che hanno mostrato la via. Nel cammino quotidiano, molti devoti si ispirano a loro recitando frasi come: “Voglio perdonare tutti e chiedere perdono a tutti” (durante la festa del perdono, Samvatsari) o meditando sulle qualità dei Tirthankara per trarne forza.
In conclusione, le cinque linee guida del Giainismo – ahimsa, satya, asteya, brahmacharya, aparigraha – compongono un potente percorso etico e spirituale. Non sono semplici “regole morali” imposte dall’esterno, ma pratiche vissute che trasformano profondamente l’individuo. Seguendole, la persona diventa più pacifica, sincera, onesta, pura e libera dall’ossessione materiale. Queste virtù, a loro volta, creano un benessere interiore palpabile: la coscienza si alleggerisce, la mente si calma, il cuore si apre agli altri. Non a caso si afferma che lo scopo immediato dei voti è raggiungere la pace spirituale e una rinascita migliore, e quello ultimo è la liberazione finale. Anche per un lettore occidentale contemporaneo, magari non interessato alla liberazione in senso stretto, i benefici pratici sono evidenti: un’esistenza condotta secondo tali principi sarà eticamente retta e probabilmente più felice e significativa. Il Giainismo ci mostra un cammino di estremo amore e rispetto per la vita, di sincerità assoluta, di integrità, padronanza di sé e distacco, che risuonano come valori universali. È un invito a vivere con consapevolezza e compassione, riconoscendo che ogni nostra scelta incide su di noi e sugli altri a livello profondo. In un mondo oggi spesso lacerato dalla violenza, dalla menzogna e dall’avidità, le antiche saggezze giainiste risuonano quanto mai attuali e rivoluzionarie: “Vivi e lascia vivere; non fare male a nessuno; la vita è cara ad ogni essere”. Queste parole di Mahavira riecheggiano attraverso i secoli, invitandoci a percorrere anche noi, passo dopo passo, il sentiero sereno della non violenza e della verità verso la scoperta della nostra anima immortale.