
Dopo l’articolo precedente in cui ho affrontato alcune linee guida della Kabbalah, cioè la corrente esoterica della mistica ebraica, non potevo non affrontare, seppure sommariamente, anche i principi dell’ebraismo stesso.
L’ebraismo vede nelle mitzvòt (precetti) non solo obblighi religiosi, ma strumenti di crescita interiore. I Mitzvot, termine ebraico che significa “comandamenti”, sono un pilastro centrale dell’ebraismo, derivati dalla Torah e discussi nel Talmud. Tradizionalmente, si contano 613 Mitzvot, che includono sia comandi positivi (248 “positivi”, cioè cose da fare, del tipo «Fa’…») sia negativi (365 “negativi, cioè cose da evitare del tipo «Non fare…»). Non sono meri divieti ma operatori di coscienza: ogni atto quotidiano viene elevato a scelta intenzionale, trasformando la vita in un laboratorio di consapevolezza. Questi comandamenti coprono aspetti etici, rituali e commemorativi, guidando i fedeli in ogni ambito della vita.
L’ebraismo vede nelle mitzvòt (precetti) non solo obblighi religiosi, ma strumenti di crescita interiore. Osservare un precetto non è solo un atto esteriore, ma «un costante esercizio volto ad educare l’animo ad una severa disciplina morale… potenziando la capacità di automiglioramento e realizzare il divino che è nell’uomo». In altre parole, ogni mitzvà ci invita a trasformare atti quotidiani banali in momenti di consapevolezza spirituale, elevando noi stessi e il mondo intorno a noi. Nei seguenti esempi vedremo come alcuni precetti tratti da Torah e Talmud favoriscano l’empatia, la resilienza emotiva, rapporti umani sani e un senso più profondo della vita.
Considerando la vastità delle mitzvòt e l’ampiezza dell’argomento, ho scelto di presentare le tre più significative (ovviamente dal mio modesto punto di vista).
Amare il prossimo e coltivare la gentilezza
Il precetto biblico “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19:18) è paradigmatico per l’etica ebraica: comanda di desiderare per il prossimo ciò che desideriamo per noi. In pratica, ci sprona ad agire con la stessa cura e attenzione verso gli altri che avremmo verso noi stessi. Sul piano simbolico rappresenta l’idea di unità e solidarietà: il Talmud insegna infatti che “tutti i Giudei sono responsabili gli uni degli altri” (Kol Yisrael arevim zeh lazeh, Shavuot 39a), sottolineando l’importanza di sostenersi a vicenda. Un detto rabbinico (Pirkei Avot 6:6) aggiunge che un vero amico è chi condivide i pesi dell’altro nei momenti di difficoltà.
Implicazioni psicologiche: questo precetto coltiva empatia, altruismo e senso di appartenenza. Mettersi nei panni altrui e agire con gentilezza riduce l’egocentrismo e avvicina le persone, migliorando le relazioni e la fiducia reciproca. L’ascolto attento e la disponibilità (come insegnano Luzzato e Wolbe) hanno effetti terapeutici: favoriscono la connessione umana e alleviano la solitudine.
Esempi pratici moderni: può concretizzarsi nell’aiutare volontariamente un collega in difficoltà, nel sostenere un familiare malato o semplicemente nel fare un gesto gentile quotidiano (una parola di conforto, un’offerta di aiuto). Significa anche evitare il pettegolezzo o la critica ingiustificata, parlando agli altri come ci piacerebbe essere parlati noi.
- Come praticarlo oggi: dedicare del tempo agli amici o a sconosciuti bisognosi, ascoltare senza giudicare, offrire sostegno pratico (cibo, compagnia, consigli) a chi attraversa un momento difficile.
- Benefici pratici: rafforza il senso di comunità, la gratitudine e l’autostima. Chi compie atti di gentilezza spesso sperimenta maggior soddisfazione e felicità, migliorando l’umore e riducendo stress.
Giustizia e carità (Tzedakà)
La Torah ordina di praticare la giustizia sociale e la carità: ad esempio, «non rifiutare un favore al povero» (Deuteronomio 15:7-8) e di lasciare offerte per i bisognosi durante i raccolti (precetti agrari). Il termine tzedakà significa letteralmente “giustizia” o “dare in modo giusto”, non solo elemosina. Simbolicamente, la tzedakà esprime l’idea che la ricchezza è un dono divino da condividere e che un’economia equa è parte di una società spiritualmente sana.
Implicazioni psicologiche: dare agli altri sviluppa empatia e gratitudine. Il precetto insegna a distaccarsi dall’egoismo e a riconoscere i propri privilegi, promuovendo umiltà. Psicologi osservano che il comportamento altruistico genera benessere interiore: chi dona o aiuta prova un senso di scopo e appartenenza, mentre si riducono ansia e insoddisfazione legate al consumismo. Atti di carità rafforzano i legami sociali e forniscono uno scopo più grande del proprio interesse personale.
Esempi pratici moderni: risparmiare una piccola percentuale del proprio stipendio da devolvere in beneficenza, dedicare ore a volontariato (in un banco alimentare, in una casa di riposo o in un ospedale), o anche il semplice gesto di condividere tempo e risorse con un vicino in difficoltà. Significa anche promuovere l’equità nel lavoro (ad esempio pagando un equo salario) e sostenere politiche giuste.
- Come praticarlo oggi: stabilire l’abitudine di donare regolarmente (soldi, vestiti, cibo) o di aiutare chi serve nel proprio quartiere. Coinvolgere la famiglia o gli amici in progetti di volontariato.
- Benefici pratici: aumentare il benessere emotivo e il senso di felicità (ricerca mostra che chi fa regolarmente del bene riporta livelli più alti di soddisfazione). Favorisce anche l’autostima e la resilienza emotiva: aiutando gli altri ci sentiamo utili e competenti, il che migliora la salute mentale complessiva.
Il riposo sacro dello Shabbat
La Torah prescrive di “ricordare il sabato e santificarlo” (Esodo 20:8). Lo Shabbat è un giorno sacro di riposo e stacco dal lavoro, dedicato alla famiglia, alla preghiera e alla riflessione. Simbolicamente, ricorda che il nostro valore non dipende dalla produttività materiale: come Dio riposò al settimo giorno della Creazione, anche l’uomo deve fermarsi. Lo Shabbat diventa così un’oasi temporale, un ‘to-be’ anziché ‘to-do’ – per usare l’immagine di un commentatore, per 25 ore «invece di portare avanti liste di cose da fare, lavoriamo sulle nostre liste dell’essere».
Implicazioni psicologiche: rispettare regolarmente uno Shabbat promuove salute mentale e relazioni positive. Spegnere computer e telefoni per un giorno aiuta a ridurre lo stress digitale e l’ansia. Il rallentamento forzato incoraggia la presenza mentale e la gratitudine: ci concentriamo sui legami famigliari e sugli aspetti spirituali della vita. Molte tradizioni di mindfulness moderne richiamano proprio questo principio: come la meditazione insegna a vivere il momento presente, lo Shabbat ci disintossica dalla corsa continua del quotidiano.
Esempi pratici moderni: dedicare un giorno (o anche solo un pomeriggio) alla settimana a rallentare completamente. Spegnere lo smartphone e la TV, condividere i pasti con i propri cari, fare lunghe passeggiate o leggere. È anche il momento per la preghiera comunitaria (se si desidera) o per la lettura meditativa, senza distrazioni di lavoro o social network.
- Come praticarlo oggi: scegliere un giorno alla settimana in cui si “stacca la spina”: decidere in anticipo di non lavorare, non fare shopping online o attività correnti. Preparare un pasto speciale da gustare insieme a famiglia o amici, magari accendendo candele per creare un’atmosfera di calma e ritiro.
- Benefici pratici: numerose ricerche mostrano che chi osserva regolarmente lo Shabbat soffre meno di burnout e depressione. A livello interiore, riserva spazio per ricaricare le energie psicologiche; a livello relazionale, rafforza i legami familiari e comunitari (il momento del pasto insieme crea intimità). In breve, lo Shabbat “ci offre un senso di pace e calma con cui affrontare la settimana”.
Preghiera e meditazione interiore
La vita ebraica include momenti rituali di riflessione: ad esempio la recita dello Shema Israel (Dichiarazione di fede quotidiana) e le preghiere della Shacharit, della Minchà e della Arvit. Sebbene questi non siano “precetti” unici come i Dieci Comandamenti, il Talmud e la Halachà li considerano doveri spirituali importanti. Prayers (tefillà) come la Amidah offrono l’opportunità di esprimere emozioni e speranze, rivolgendosi a qualcosa di più grande di sé.
Implicazioni psicologiche: la preghiera crea un momento di pausa mentale: consente di esternare paure, tristezze e gratitudine, dando ordine ai propri pensieri. Diversi studi rilevano che pregare o meditare abbassa l’ansia e rafforza il senso di scopo. Nel contesto ebraico, molte benedizioni ebraiche sono composte proprio per momenti di difficoltà (ad esempio Mi Sheberach per i malati), aiutando ad elaborare il dolore collettivo. In generale, l’atto di rivolgersi a Dio o ripetere mantra (come lo Shema) funziona come una forma di meditazione: promuove la mindfulness, la chiarezza mentale e la pace interiore.
Esempi pratici moderni: dedicare alcuni minuti al mattino (o alla sera) a una breve preghiera o meditazione di gratitudine. Può essere semplicemente leggere una pagina di testo sacro, esprimere a voce alta le proprie preoccupazioni oppure praticare esercizi di respirazione consapevole accompagnati da parole tradizionali. Anche l’uso delle Tefillin (filatteri) o la frequentazione della sinagoga, per chi lo desidera, aiuta a creare un ritmo spirituale giornaliero.
- Come praticarlo oggi: stabilire un momento fisso per la preghiera o il silenzio meditativo (ad esempio subito dopo il risveglio). Si può iniziare con poche frasi di ringraziamento, oppure concentrarsi sul Shema e sul suo significato di connessione con Dio e con la vita. Non è necessario parlare a voce alta: spesso è sufficiente chiudere gli occhi e riflettere su una riflessione ebraica o semplicemente su ciò che di positivo è accaduto nella giornata.
- Benefici pratici: anche brevi pratiche di preghiera rilassano la mente e migliorano la regolazione emotiva. Si avverte un maggiore senso di conforto e supporto durante le difficoltà (sentirsi parte di una storia più grande). Col tempo, questa routine spirituale favorisce consapevolezza di sé e gratitudine, che sono correlate a livelli più alti di felicità e benessere psicologico.
Conclusioni
In sintesi, i precetti della Torah e del Talmud vanno intesi come semi di saggezza piantati quotidianamente nella nostra vita. Essi ci insegnano non solo cosa fare o non fare, ma come vivere con un cuore aperto e consapevole. Applicare concretamente queste indicazioni – dall’amore per il prossimo alla cura del riposo settimanale, dalla carità alla preghiera – aiuta a costruire una vita equilibrata: migliora il nostro dialogo interiore, le nostre relazioni e il senso di scopo. Come osserva una tradizione rabbinica fondamentale, lo scopo delle mitzvòt non è imprigionare la vita, bensì «permetterci di vivere le nostre vite più significative». In un mondo frenetico, questi precetti millenari offrono al moderno individuo una mappa per coltivare serenità interiore, solidarietà e crescita personale.