
Questa mattina, fissando il ritmo delle onde che si allungano e si dissolvono sulla battigia, ho sentito con chiarezza che la vita non prevede scontri di forza e che, in fondo, tutto è molto semplice: “arriverà ciò che deve arrivare, se ne andrà ciò che deve andarsene”. Quel movimento continuo, così ovvio da risultare invisibile, è la medesima legge che porta ogni cosa a nascere, fiorire e, infine, svanire. Comprenderlo con il corpo, percepirlo, sentirlo dentro, prima ancora che con la mente, scioglie la durezza della resistenza e trasforma la sofferenza in un consenso silenzioso, quasi in un gioioso arrendersi al flusso della vita.
Non è un’intuizione nuova; da millenni i pensatori più disparati, di varie culture ed epoche, hanno tentato di fotografarne i contorni. Il presocratico Eraclito riassume l’intero universo in due parole, pánta rheî – “tutto scorre” – avvertendoci che nessun piede calca mai due volte lo stesso fiume perché le acque, e chi le attraversa, mutano senza sosta. La riflessione, veicolata attraverso Platone e i neoplatonici, è diventata un emblema del fatto che la realtà è fatta più di processi che di cose stabili.
Se ci spostiamo in India, il Buddha parla di anicca: i “cinque aggregati”, cioè tutto ciò che chiamiamo persona, sono impermanenti; vederlo con chiarezza libera dall’attaccamento e quindi dal dolore. Qui l’accettazione non è rassegnazione bensì lucidità: ci si apre al mutare incessante e, proprio per questo, si diventa capaci di agire senza paura.
In Cina, Lao-Tzu paragona la Via suprema all’acqua: essa nutre ogni creatura senza sforzo, colma gli avvallamenti e, fluendo verso il basso, trova spontaneamente il proprio corso. La bontà più alta non è dunque il dominio sulle forme, ma la loro ospitalità: l’acqua accoglie, si adatta e, così facendo, vince la roccia più dura.
Il Mediterraneo, infine, ci consegna la voce di Marco Aurelio: «Scegli di non essere ferito e non lo sarai; non sentirti danneggiato e non lo sarai stato». Il mutamento, che sia una critica, una malattia, un addio, rimane un fatto; ma l’aggiunta di sofferenza è opera del nostro rifiuto interiore. Qui l’impermanenza incontra la libertà: non possiamo fermare l’onda, possiamo però decidere come starci dentro.
Anche la psicologia contemporanea riprende la stessa melodia con altri strumenti. Per esempio si definisce il benessere come flessibilità psicologica: la capacità di restare presenti a ciò che accade, di accogliere pensieri ed emozioni senza fondervisi e di orientare le azioni verso i propri valori. Più ci irrigidiamo contro ciò che cambia, più soffriamo; più restiamo flessibili, più energia abbiamo per scegliere con intenzione.
Quando questa consapevolezza si traduce nella vita quotidiana, le storie cambiano volto. Un amore che finisce smette di sembrare un fallimento personale o un’ingiustizia “divina” e inspiegabile: diventa semplicemente una stagione conclusa e quel terreno ora libero potrà ospitare altro. Un cambio di ruolo nel lavoro o una profonda delusione professionale (sostituisci la parola delusione con aspettativa disillusa), cessano di minacciare l’identità e diventano un’occasione per scoprire abilità latenti e nuove opportunità di crescita ed evoluzione personale. Anche un sintomo di salute cronico, accolto invece che combattuto, lascia spazio per coltivare gesti significativi: non viviamo nonostante quel limite, ma insieme ad esso, in un equilibrio mobile simile a quello del surfista sulla cresta. E se presti attenzione ai pensieri che fai, molto probabilmente inizierai un percorso di guarigione senza quasi rendertene conto.
La natura, maestra silenziosa, offre continue dimostrazioni di questa regola. Il sole che sorge e tramonta ogni giorno, ci allena a lasciare andare ciò che non serve più e porta con sé il seme del nuovo che arriverà; sempre, continuamente, ogni giorno. Le stagioni insegnano che la caduta della foglia è premessa al germoglio; le maree mostrano come l’acqua possa avanzare, ritirarsi e, nel farlo, ridisegnare la costa con pazienza millenaria. Osservare questi fenomeni a passo lento – una camminata in riva al mare, lo sguardo che segue una nube fino a dissolversi – imprime al sistema nervoso la lezione che la mente, da sola, tende a dimenticare.
Chi desidera coltivare concretamente questa “mente-onda” può iniziare da gesti minimi: respirare distinguendo mentalmente «arriva» sull’inspiro e «va» sull’espiro, annotare a fine giornata un pensiero sorto e poi svanito, lasciare cadere un sassolino in acqua come atto di rilascio, dedicare qualche minuto serale alla domanda di Marco Aurelio – «Quest’evento è davvero sotto il mio controllo?» – e, se la risposta è negativa, permettere che scorra. Non sono ricette magiche; sono, piuttosto, modi gentili per allenare il muscolo dell’accettazione.
Alla fine, accorgersi che “ciò che deve arrivare arriva, ciò che deve andarsene se ne va” non ci rende fatalisti: ci restituisce alla danza con il reale, la danza dell’esistenza. Le onde continueranno a frangersi, ma possiamo scegliere di non farci travolgere: saliamo sulla tavola, sentiamo l’acqua sotto i piedi e, mentre scivoliamo sulla superficie cangiante, scopriamo una gioia sobria, limpida, durevole – la gioia di essere esattamente là dove la vita ci porta, né un passo avanti né uno indietro.